Dopo Conte e l’idea Allegri, De Laurentis valuta di installare la statua di Agnelli al Maradona.

NAPOLI – Non è uno scherzo, né la scena tagliata di un film di Sorrentino: un enorme mezzo busto di Gianni Agnelli è stato avvistato mentre, su quattro ruote e scortato da un silenzio imbarazzato, veniva trasportato verso lo stadio Diego Armando Maradona.

Secondo fonti vicine alla Filmauro, il busto sarà posizionato nel cuore dell’impianto, magari tra il murales di Maradona e l’altare di San Gennaro, per creare “una sintesi tra estetica torinese e spiritualità napoletana”, come avrebbe detto De Laurentiis con aria ispirata e cravatta fluo.

ADL rilancia: “Non è provocazione, è marketing evoluto”

“Agnelli è stato un’icona. Diego pure. Metterli insieme è come fondere lo champagne con il caffè sospeso. Un’esperienza sensoriale che solo a Napoli può succedere,” ha dichiarato De Laurentiis, mentre accarezzava il piedistallo con scritto “L’eleganza al potere”.

Il presidente avrebbe già in mente una cerimonia d’inaugurazione con orchestra, effetti pirotecnici e Gigi D’Alessio che canta “Juventus Napoli andata e ritorno” remixato.

Il popolo napoletano insorge: “Se volete guerra, la avrete. Ma col sorriso.”

Neanche a dirlo, i commenti social sono esplosi:

  • @Totonno1900: “La statua di Agnelli al Maradona? Allora io mi metto quella di Diego in bagno, almeno bilancio l’energia.”
  • @Zazà_Official: “Se Allegri allena il Napoli e Agnelli ci guarda, voglio pure Buffon che mi augura ‘buongiorno’ ogni mattina.”
  • @Anema_e_core92: “Ci mancava solo questo per completare la Trilogia del Dolore: Sarri, Conte e Allegri. Il prossimo chi è, Moggi DS?”

Finale: il busto avanza. Il popolo lo guarda. Diego, probabilmente, bestemmia.

Il busto intanto continua il suo viaggio verso Fuorigrotta, accolto da sguardi tra l’incredulo e il “ma che ce sta succedenn’?”.
Napoli resiste. Napoli combatte. Napoli, soprattutto, non dimentica chi era Diego.
E il solo fatto che oggi si debba spiegare perché un Agnelli non può entrare a casa sua, è forse il segnale più chiaro che qualcuno, in alto, ha perso la connessione col popolo.

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Addio a Nino Benvenuti: Và e insegna agli angeli a porgere l’altra guancia.

Nel giorno in cui ci lascia un grande dello sport, il nostro pensiero non può che andare a lui, al pugile elegante, all’uomo gentile, all’atleta che sapeva colpire con stile. Nino Benvenuti se n’è andato – e come da consuetudine nazionale, lo affidiamo subito al servizio celeste di formazione: “Va’ e insegna agli angeli a porgere l’altra guancia”.

Frase commovente, certo. Ma anche un po’ abusata, diciamolo con garbo. Da anni, ogni volta che ci lascia qualcuno, il Paradiso diventa un centro di formazione professionale. Quando muore un cuoco: “Va’ e insegna agli angeli a cucinare la carbonara”. Se muore un attore: “Va’ e insegna agli angeli a recitare Shakespeare”. Se è un falegname: “Va’ e insegna agli angeli a usare il trapano senza bestemmiare”. E così via.

Ora, con Benvenuti, tocca agli angeli imparare l’arte nobile della boxe — anzi no, del perdono. Perché in un eccesso di lirismo, qualcuno ha deciso che l’uomo che per una vita ha tirato ganci e montanti adesso insegnerà a “porgere l’altra guancia”. Una svolta pacifista che avrebbe sorpreso perfino lui.

Ci immaginiamo San Pietro che apre le porte del Paradiso dicendo:
— “Benvenuti, Benvenuti!”
(ride solo lui, ma lo fa da secoli)
Poi gli dà i guantoni e un’aureola con l’elastico.

Gli angeli, nel frattempo, si mettono in fila per il corso accelerato di autodifesa e umiltà. Uno chiede: “Ma si può porgere anche la guancia altrui, se serve?”. Silenzio imbarazzato.

Il fatto è che abbiamo un bisogno spasmodico di poeticizzare ogni morte, anche quella di chi in vita non faceva poesia, ma sport, battaglie, commedie o zuppe di legumi. Trasformiamo tutti in santi, maestri, profeti. A furia di “va’ e insegna”, gli angeli hanno più ore di lezione di uno studente del liceo.

Eppure, nel caso di Nino, una lezione forse ce la lascia davvero: quella di chi ha saputo combattere senza odio, vincere senza arroganza, perdere senza rancore.

Forse allora sì, caro Nino, va’ pure. Ma non ti preoccupare degli angeli: quelli, semmai, dovrebbero imparare da te come si rimane signori anche sul ring della vita.

E se proprio devi insegnare qualcosa, magari spiegagli come si dà un destro senza perdere la grazia. Anche lassù, un po’ di stile non guasta mai.

Bandiera palestinese esposta in paesino sperduto: Netanyahu piange, chiede scusa e firma la pace eterna.

San Foglia la Stretta (PZ) – In un angolo dimenticato della Basilicata, dove la linea del Wi-Fi è più instabile delle relazioni internazionali e le mucche hanno diritto di precedenza, si è consumato un evento che cambierà per sempre la storia del Medio Oriente.

Tutto ha avuto inizio quando un cittadino di San Foglia la Stretta, noto solo come “Tonino l’Idealista”, ha deciso di esporre dal proprio balcone una bandiera palestinese, convinto che il suo gesto, seppur piccolo, potesse “smuovere qualcosa”.

A quanto pare, ha smosso tutto.

Secondo fonti non confermate (ma molto motivate), la notizia dell’esposizione ha raggiunto Benjamin Netanyahu nel cuore della notte, durante un briefing militare. Colto da un’improvvisa crisi di coscienza, pare abbia lasciato cadere la penna, sospirato a lungo e pronunciato le parole:

“Basta. Se anche a San Foglia la Stretta hanno perso la fiducia in me, allora è finita.”

Il giorno successivo, Tonino ha rilanciato: ha sostituito la bandiera con una versione extralarge, lunga oltre sei metri, acquistata su un sito specializzato in “proteste passive a impatto estetico”. A quel punto, Netanyahu si è inginocchiato in diretta, ha pianto, chiesto scusa al mondo e firmato la pace eterna con una stilografica donata da un monaco francescano in segno di redenzione.

Il gesto ha fatto il giro del web. In molti ora vogliono replicarlo: balconi con bandiere palestinesi sono apparsi anche a Rocca Muta, Chiappa Inferiore e Contrada Asproni.

Nel frattempo, però, le autorità italiane invitano alla prudenza. Come già accaduto a Putignano durante il Giro d’Italia, anche a San Foglia la Stretta la polizia ha gentilmente chiesto a Tonino di rimuovere la bandiera “per motivi di ordine pubblico”, specialmente nel caso in cui qualche troupe Rai, per sbaglio, passasse di lì a riprendere un documentario sulle galline lucane.

“Non abbiamo nulla contro la bandiera, ma se poi Netanyahu si mette a singhiozzare davanti alla Knesset, capite che diventa una questione diplomatica,” ha spiegato un agente del posto, visibilmente provato ma educato.

Tonino, dal canto suo, ha accettato di buon grado, dichiarando:

“La pace è già fatta, posso pure piegarla. L’importante è che la vedano almeno su Google Maps.”

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Roma. Corteo per la pace in Ucraina si prende a pugni col corteo per la pace in Palestina: feriti 12 pacifisti.

Roma — Si sono scontrati per motivi pacifici due cortei per la pace, uno pro-Ucraina e uno pro-Palestina. Il luogo dell’incontro: piazza Venezia, la capitale dell’assurdo. Il motivo: chi è più pacifista di chi. Il risultato: dodici feriti, tre ambulanze e una bandiera arcobaleno strappata in due (simbolo involontario ma perfetto della divisione della sinistra italiana).

Tutto è iniziato quando un manifestante con bandiera ucraina ha osato dire ad alta voce che “anche a Kiev sparano”, frase considerata “aggressiva e colonialista” da un giovane manifestante pro-Palestina che nel tempo libero fa il DJ e “non guarda il TG per scelta politica”.

“Io sto col popolo, ma non so dove stanno”

“È inaccettabile!” – ha urlato Riccardo, 21 anni, studente fuorisede con kefiah e fiocco della pace – “Voi volete la pace solo per l’Est Europa, noi invece la vogliamo dove fa più hype su Instagram!”. Alla domanda su dove si trovi Gaza sulla cartina, Riccardo ha risposto sicuro: “A sinistra di TikTok, sopra il feed delle storie”.

Le autorità riferiscono che lo scontro è degenerato quando un manifestante ha urlato: “Ragazzi, ma non possiamo volere la pace per tutti?”, attirando su di sé pugni da entrambe le fazioni per “tentata equidistanza”.

“La guerra in Ucraina? Non va più di moda”

Il corteo pro-Ucraina, più datato e quindi percepito ormai come “boomer”, ha cercato di rivendicare i propri diritti storici alla visibilità pacifista. Ma nulla ha potuto contro il trend TikTok #FreePalestine, che ha reso la guerra in Ucraina meno cliccata persino di un tutorial su come fare l’hummus.

“Quando scoppiò la guerra in Ucraina tutti postavano bandiere blu e gialle con la colomba bianca,” ha dichiarato un’anziana attivista dal 2022. “Oggi se non hai la bandiera della Palestina nel bio, sei un mostro”. Poi ha aggiunto: “Ma almeno noi sapevamo dove si trovava Kiev, eh”.

Il pacifismo da passerella

Nel frattempo, tra gli slogan contrapposti, è apparsa anche una ragazza con una bandiera con scritto “Pace nel mondo e glitter per tutti”. Interrogata dai giornalisti, ha detto: “Non mi interessa la politica, ma questo colore mi stava benissimo con gli stivali”. In sottofondo, un altro attivista ha chiesto: “Ma scusate, l’Ucraina è prima o dopo la Palestina nel carosello delle storie?”

Secondo i sociologi, il nuovo pacifismo 2.0 è “liquido, inconsistente e perfettamente abbinabile con un look da festival”. Le manifestazioni ormai seguono le tendenze come le stagioni della moda: autunno-inverno Palestina, primavera-estate chi lo sa.

Conclusione: la pace può attendere, l’algoritmo no

Il corteo si è sciolto dopo che entrambi i gruppi hanno capito che stavano perdendo like a causa della diretta della finale di Amici. L’unica vera vittima? Il buon senso. Ma quello, si sa, non è mai stato virale.

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Usa crema antirughe che le tira così tanto la pelle da avere il sorriso fisso. Costretta a non andare più ai funerali.

CIMITERO DI SAN FOGLIA LA STRETTA –
C’è chi ai funerali porta fiori, chi porta rispetto e chi… porta un sorriso smagliante degno di una pubblicità del dentifricio. È il caso di Loretta F., 54 anni, viso completamente immobilizzato da una crema anti-rughe tanto potente che pare sia stata sviluppata dalla NASA per resistere alle forze gravitazionali di Giove.

Loretta si è presentata al funerale della zia con un sorriso fisso, eterno, e completamente fuori contesto. “Non potevo fare altrimenti,” dichiara l’interessata, con la mandibola incollata in posizione ottimistica, “la crema funziona così bene che non riesco più a smettere di sorridere. Anche quando piango.”

Secondo alcune indiscrezioni, il prodotto miracoloso – chiamato “TiraLux Pro-Estrema BotoxFree” – promette di ringiovanire di trent’anni in tre applicazioni. Il problema? Non prevede la funzione “emozioni multiple”. Il viso di Loretta è rimasto congelato nella versione demo: “sorriso giovanile livello default”.

La maledizione del lifting fai-da-te

Quella che doveva essere una svolta estetica si è trasformata in una tragedia sociale. “Non posso più partecipare a eventi tristi,” racconta Loretta mentre, vestita di nero come un personaggio uscito da un film di Tim Burton, osserva il funerale da dietro il cancello del cimitero, fuori luogo come un unicorno a una riunione di condominio. “La gente si offende. Una volta ho sorriso al prete che dava l’estrema unzione. Mi ha lanciato l’acqua benedetta come se fossi posseduta.”

I parenti non l’hanno presa bene. “Pensavamo fosse felice dell’eredità,” dichiara una cugina stizzita, “invece era solo intrappolata in un’espressione da selfie perpetuo.”

Il vero volto dell’eterna giovinezza

Esperti dermatologi mettono in guardia: “Vogliamo farvi apparire giovani, non trasformarvi in una maschera da carnevale.” Ma il messaggio sembra non arrivare, annegato nel mare di filtri Instagram e sieri miracolosi. “Il problema non è la crema,” sostiene il dottor Bellezza, “il problema è che molte donne vogliono avere 30 anni… anche quando ne hanno 20. E finiscono per assomigliare a versioni congelate di se stesse.”

Nel frattempo Loretta ha deciso di limitare le uscite pubbliche alle feste di compleanno e ai matrimoni. “Lì almeno il sorriso è benvenuto,” dice mentre tenta invano di corrugare la fronte. “Anche se, a dirla tutta, un’espressione di stupore non mi viene più dal 2023.”


Morale della favola?
Attenzione a ciò che desiderate. Ringiovanire di trent’anni può sembrare allettante, ma ricordate: la vita è fatta anche di rughe. E, in certi momenti, saper fare una faccia seria è più prezioso di mille like.

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Indagata per reato di bucato sovversivo. Stende indumenti con i colori della bandiera Palestinese.

San Foglia la Stretta (Ancona) – Il Giro d’Italia è passato, i ciclisti pure. Tutto scorre, tranne il sospetto.
Perché in un tranquillo pomeriggio primaverile, tra le urla festose del pubblico e il rombo delle biciclette, sotto un balcone qualunque, si consuma un dramma della democrazia da stendibiancheria.

Lì, proprio lì, sopra la testa del gruppo in maglia rosa, penzolava in silenzio un assortimento domestico dall’effetto geopoliticamente disturbante:

  • un paio di pantaloni verdi (forse di velluto, forse no, ma sicuramente mossi dal vento del dissenso),
  • una maglietta nera con collo slabbrato che gridava “resistenza” (o forse solo “è ora di buttarla”),
  • una tovaglia bianca piena di pieghe, come la coscienza nazionale,
  • e uno strofinaccio, quel dannato strofinaccio, con i colori della bandiera palestinese… messi a casaccio, ma con una coerenza emotiva che ha fatto drizzare le antenne a più di un cittadino vigile (e a un vigile cittadino).

La signora Giuseppina A. Mazzarella, 67 anni, casalinga e già nota alle forze dell’ordine per eccesso di candeggio, è ora sotto indagine per un reato non previsto dal codice penale: “bucato sovversivo”.
“Ma io stavo solo lavando la roba di mio marito!”, si è difesa, mentre le venivano sequestrate due mollette di legno e un detersivo “Troppo Neutro per lo Stato”.

Il reato invisibile e l’Italia dell’invisibile libertà

La signora, va detto, non ha infranto alcuna legge. Non ha esposto una bandiera, non ha fatto un comizio, non ha bloccato il Giro d’Italia.
Anzi, nella foto incriminata, si vede chiaramente: i ciclisti passano tranquilli sotto quel bucato che gocciola, sì, ma solo acqua e significati non intenzionali.

Eppure, una telefonata anonima ha fatto scattare l’allarme. “C’è propaganda dal balcone! Si chiama pulizia etnica del bucato!”
In dieci minuti, la Digos si ritrova a zoomare su un asciugamano.
La democrazia, in Italia, è talmente sottile che basta un ciclo di lavaggio per farla restringere.

Il precedente di Putignano: quando la bandiera dà fastidio più della guerra

Il caso richiama alla memoria un episodio reale, e meno lavabile: a Putignano (Bari), pochi giorni fa, una bandiera palestinese è stata fatta rimuovere da un balcone. Non per motivi di sicurezza, ma perché “meglio evitare”.
Meglio evitare cosa, esattamente? Il diritto di parola? Il diritto di bucato?

Nuove frontiere della censura: repressione a mano 30 gradi

A San Foglia la Stretta, intanto, il Comune valuta l’adozione di un “Regolamento Etico per Stendini”, che obbligherà i cittadini a:

  • separare i colori (ma solo politicamente),
  • evitare abbinamenti che ricordino bandiere non NATO,
  • e stendere solo con panni apolitici, possibilmente beige.

La proposta ha già diviso l’opinione pubblica.
Una parte grida alla censura, l’altra si chiede se sia il caso di lavare i panni sporchi fuori casa, soprattutto quelli della coscienza nazionale.

Conclusione (e asciugatura a freddo)

Questa non è solo la storia di un bucato.
È la parabola tragicomica di un Paese dove la libertà passa… ma sotto i balconi, come il Giro.
E quando passa, spesso non la vede nessuno.

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“Fratta na Corsa” grande successo. Premiati oltre ai primi anche i podisti che hanno schivato i cantieri.

Frattamaggiore (NA) – Si è tenuta stamattina, tra nuvole di polvere edilizia e il profumo fresco di questa timida primavera, la decima edizione di “Fratta ’na Corsa”, l’evento podistico più atteso dell’intero Hinterland napoletano e casertano. Un successo straordinario, a detta dell’amministrazione comunale, che ha definito l’evento “un simbolo della rinascita urbana”. Già, rinascita. Peccato che Frattamaggiore, più che rinascere, si sia reincarnata direttamente in una colata di cemento.

Migliaia di podisti, provenienti da ogni angolo della Campania e anche da oltre, hanno partecipato con entusiasmo e, per la prima volta nella storia del podismo, sono stati premiati non solo i più veloci, ma anche quelli che hanno saputo evitare i cantieri con agilità olimpica.

Alcuni hanno raccontato di aver dovuto fare slalom tra transenne abbandonate, saltare sacchi di cemento.

“È stato emozionante, un misto tra maratona e corsa campestre”, ha dichiarato il vincitore della categoria Scampati ai Lavori in Corso, uno dei pochi a tagliare il traguardo senza una caviglia slogata.

L’Amministrazione Esulta: “Guardate come siamo bravi!”

Personaggi noti hanno presenziato alla premiazione, con sorrisi smaglianti e discorsi pieni di entusiasmo. “Fratta ’na Corsa dimostra che Frattamaggiore è una città viva, dinamica e sportiva!”, hanno dichiarato, con alle spalle uno sfondo di gru edili fino all’orizzonte.

Il verde urbano, secondo l’amministrazione, è ormai un concetto superato: “Gli alberi sono sopravvalutati. Creano ombra, foglie cadenti e ostacolano la vista delle nuove costruzioni. Meglio eliminarli.” E così è stato fatto, senza troppi complimenti. Gli unici verdi rimasti sono i semafori di Via P.M.Vergara, e pure quelli non sempre funzionano.

Edizione 2026: Corsa a Ostacoli nei Cantieri

Ma le sorprese non finiscono qui. L’amministrazione ha già in mente il prossimo passo: “Fratta ’na Corsa ad Ostacoli”, edizione speciale che si svolgerà direttamente all’interno dei cantieri aperti. I partecipanti dovranno saltare sacchi di cemento, arrampicarsi su impalcature instabili e decifrare i cartelli “Lavori in corso” scritti in lingue sconosciute.

“Stiamo valutando anche una sezione ‘Ninja Warrior Frattese’, con prove come ‘scavalca la betoniera’ e ‘arrampicati sulla gru, tipo albero della cuccagna’”, ha spiegato un consigliere comunale con evidente entusiasmo.


Conclusione

In un comune dove l’unico sport praticabile è lo slalom tra gli scempi urbanistici, “Fratta ’na Corsa” si conferma non solo una gara, ma un’esperienza di sopravvivenza urbana, un reality a cielo aperto che unisce sport, rischio e una buona dose di masochismo civico.

Frattamaggiore corre, sì. Ma corre verso dove, non lo sa nessuno. Forse verso un nuovo cantiere.

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Bucato somigliante alla bandiera palestinese sequestrato dalla polizia per il passaggio del Giro d’Italia.

FRATTAMAGLIONE (NA) — Dopo la polemica sulla rimozione della bandiera palestinese durante una tappa del Giro d’Italia, arriva il sequel che nessuno aveva chiesto ma che l’ordine pubblico ha prontamente offerto: a Frattamaglione, la polizia ha sequestrato un bucato steso perché “rappresentava un potenziale atto di propaganda politica”.

L’allarme è scattato alle 9:43, quando un agente ha notato che una maglietta bianca, un paio di mutande nere e un asciugamano verde penzolavano da un balcone in perfetto allineamento da vessillo mediorientale.
Subito è stato attivato il protocollo d’emergenza “Operazione Bucato Pulito”.

“Abbiamo il dovere di impedire che un evento sportivo venga strumentalizzato da panni colorati,” ha dichiarato un funzionario della Digos mentre staccava con cura la molletta incriminata. “Qui non si tratta di mutande o asciugamani, ma di sicurezza nazionale e sobrietà cromatica.”

La signora Carmela, ignara proprietaria del bucato, è rimasta sconvolta:

“Le mutande nere sono di mio figlio, la maglia bianca è la divisa da pizzaiolo, e l’asciugamano verde era un omaggio del supermercato. Non sapevo stessimo combattendo una guerra fredda tra le mollette.”

Secondo fonti non confermate, poco dopo l’intervento sarebbe stato isolato anche un balcone con tre maglie rosse appese in verticale: “Rischio alto di evocazione marxista,” avrebbe sussurrato un carabiniere prima di coprirle con un telo mimetico.

Nel frattempo, il Giro prosegue tra tornanti e tolleranza zero:

  • vietate le felpe con scritte in arabo, anche se dicono “lavare a 30°”,
  • sospetti su chi beve tè alla menta,
  • e massimo allarme per i coriandoli tricolore usati a sproposito.

Un portavoce del Comitato Organizzatore ha ribadito:

“Il Giro è uno spazio apolitico. Le uniche bandiere ammesse sono quelle degli sponsor, che notoriamente non prendono mai posizione, tranne quando devono pagare meno tasse.”

Nel frattempo, il Viminale sta valutando l’introduzione del “bollino di conformità patriottica” per i bucati esposti durante eventi pubblici: approvato solo il beige, il grigio e il bianco con lavaggio a 60°.

Conclusione?
Nel Paese dove un calzino verde può diventare un attentato simbolico, l’unico vero messaggio che si può stendere al sole senza problemi è il silenzio. Ma che sia ben stirato, sennò parte la finanza.

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‘Grazie Giro per l’asfalto nuovo’: Chi l’ha scritto è lo stesso che commenta ‘Si stava meglio quando si stava peggio’ sotto ogni post.

È apparso uno striscione lungo il percorso del Giro d’Italia con la scritta: “Grazie Giro per le strade asfaltate”. Un’esplosione di originalità che ha subito fatto tremare le fondamenta del sarcasmo italiano, già fragili dopo anni di “ce lo chiede l’Europa” e “non ci sono più le mezze stagioni”.

L’autore del gesto — un uomo tra i 45 e i 107 anni, secondo testimoni oculari — sarebbe già noto alle forze dell’umorismo per aver commentato negli ultimi anni oltre 300 post con frasi del calibro di “i giovani non hanno voglia di lavorare”, “col governo di una volta queste cose non succedevano” e l’intramontabile “almeno con le lire ci compravi qualcosa”.

Secondo una prima ricostruzione, l’uomo avrebbe impiegato tre giorni a scrivere lo striscione usando pennarelli Carioca avanzati dal 1994. “È una provocazione intelligente”, ha detto lui stesso, senza ridere mai. “Oggi l’asfalto, domani magari il ritorno del gettone telefonico”.

Il Ministero della Satira, interpellato sulla vicenda, ha fatto sapere di aver classificato lo striscione tra i “reati contro la comicità moderna” e ha avviato una campagna di sensibilizzazione per riconoscere e disinnescare l’umorismo vintage prima che raggiunga altri eventi sportivi.

Nel frattempo, il Giro prosegue. E con lui anche l’asfalto, la nostalgia tossica e la voglia inarrestabile di far ridere… senza riuscirci.

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Giro d’Italia a Frattamaggiore: Paparazzo Raffaele batte anche le moto della Rai in velocità di scatto.

Frattamaggiore (NA) – È successo di nuovo. Come ogni evento che osi avvicinarsi al suolo frattese, anche il passaggio del Giro d’Italia è stato immortalato in tutte le sue angolazioni possibili da Raffaele Saviano, ormai noto alle cronache locali come l’uomo che non dorme con la macchina fotografica sotto il cuscino.

Erano le 15:27 quando il primo ciclista ha varcato i confini della città. Erano le 15:28 quando sul profilo Facebook di Paparazzo Saviano erano già online 76 foto, tra cui: il ciclista, il casco del ciclista, l’ombra del casco, e una signora che passava per caso ma aveva una bici a mano, quindi è stata inclusa per sicurezza.

Secondo testimoni oculari, l’auto della Rai al seguito del Giro ha tentato di documentare l’evento, ma si è ritrovata oscurata da Raffaele, appostato su un balcone, una scala e contemporaneamente dentro una fontana, armato di due reflex, un drone e una GoPro nel marsupio.

Le forze dell’ordine hanno confermato che “non è stato affatto d’intralcio pur affacciandosi senza mai scavalcare il nastro bianco e rosso che delimitava il confine entro cui assistere al passaggio dei corridori disturbato il traffico”. In sole due ore, Paparazzo Saviano ha generato più contenuti del Giro stesso, al punto che la Gazzetta dello Sport sta valutando di chiedergli in licenza le foto per il prossimo numero.

Tra gli scatti più apprezzati dalla community:

  • il selfie col vigile che non sapeva di essere ripreso;
  • il momento in cui un ciclista ha bevuto acqua e si è visto il riflesso di Frattamaggiore nella borraccia;
  • e la chicca: una foto artistica dal tombino, per raccontare la corsa vista dal basso.

Alla domanda su cosa lo spinga a documentare ogni movimento della città, Saviano ha risposto con umiltà:

Io non fotografo. Io proteggo la memoria visiva di Fratta. Perché se non la fotografo io, domani magari qualcuno dimentica che c’è stato anche del verde a Frattamaggiore

Nel frattempo, pare che Facebook stia valutando di espandere lo spazio per album sopra i 1.000 elementi, solo per adeguarsi al ritmo di Saviano. Alcuni utenti hanno dovuto aggiornare il Wi-Fi per poter caricare tutte le immagini.

Il Giro d’Italia ringrazia, i frattesi anche, e i fotografi ufficiali vanno a farsi un panino.

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