
Quando l’indagine è così complessa che anche il desktop del computer diventa un luogo del delitto, ci si aspetterebbe almeno un po’ di attenzione ai dettagli. E invece no.
Secondo quanto emerso, durante le prime fasi delle indagini su Garlasco, gli investigatori avrebbero analizzato ogni possibile elemento… tranne quelli più visibili. Il famoso “Cestino di Windows”, che in molti casi è il posto dove finiscono file cancellati e tracce digitali, sarebbe stato osservato con la stessa cura con cui si guarda un’icona sul desktop prima di spegnere il computer.
Le macchie di sangue, che secondo alcune ricostruzioni erano presenti nei file eliminati e quindi ancora recuperabili, sarebbero rimaste lì, nel “cestino”, per anni. Non perché fossero invisibili, ma perché — a quanto pare — nessuno aveva pensato di cliccare due volte.
Fonti vicine alle indagini raccontano che il problema non fosse la tecnologia, ma la fiducia: “Se è nel cestino, vuol dire che è stato già buttato via”, avrebbe riassunto uno degli inquirenti, probabilmente confondendo la scena del crimine con la gestione dei file temporanei.
Col senno di poi, l’episodio è diventato un simbolo: non tanto di un errore tecnico, ma di una filosofia investigativa molto particolare, in cui anche l’evidenza più semplice può diventare invisibile se la si guarda con sufficiente convinzione.
Oggi, a distanza di anni, resta una domanda sospesa: quante altre prove erano lì, in bella vista, ma trattate come semplici “icone sul desktop”?
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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)









