Venezia. Ora anche i vaporetti arrivano in perfetto orario.

Venezia entra ufficialmente in una nuova era della storia dei trasporti pubblici: quella in cui gli orari non sono più un “consiglio creativo”, ma una linea guida da rispettare.
Secondo numerose testimonianze raccolte tra turisti ancora increduli e pendolari leggermente disorientati, i vaporetti starebbero iniziando ad arrivare con una puntualità quasi sospetta. Alcuni parlano addirittura di imbarcazioni che compaiono alla fermata “due minuti prima”, come se avessero sviluppato un senso del dovere autonomo.
“Stavo ancora cercando il biglietto quando è arrivato,” racconta un turista tedesco, visibilmente scosso. “Non ho avuto nemmeno il tempo di lamentarmi con qualcuno.”
In città si parla di un “nuovo clima generale di efficienza”, con alcuni che lo attribuiscono a un’improvvisa svolta organizzativa post-elettorale, senza però che nessuno riesca a spiegare esattamente cosa sia cambiato nei motori dei vaporetti.
Gli esperti locali, invece, restano cauti. Qualcuno ipotizza un raro allineamento tra marea, traffico acqueo e buona volontà collettiva. Altri parlano semplicemente di un caso isolato destinato a rientrare nella normalità veneziana nel giro di pochi giorni.
Nel frattempo, alle fermate del Canal Grande si registra un fenomeno nuovo: persone che arrivano in anticipo “per sicurezza”, convinte che qualcosa, prima o poi, debba pur andare storto.
Le autorità non confermano né smentiscono. Un portavoce si limita a dichiarare: “Stiamo monitorando la situazione.”
A Venezia, intanto, si vive il dubbio più inquietante di tutti: se i vaporetti arrivano in orario… chi siamo noi per giudicare?

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Candidato riceve solo due voti e ringrazia con un post su Facebook: “2 volte grazie, uno a mamma e uno a papà”.

FRATTAMAGGIORE — A Frattamaggiore esiste ormai una delle poche certezze post-elettorali: il post di ringraziamento.
Dopo lo spoglio, ogni candidato pubblica su Facebook lo stesso identico schema di messaggio: cambia il nome, cambiano le facce nelle foto, cambia la lunghezza del testo… ma la regola è sempre quella.
Il numero dei “grazie” corrisponde esattamente al numero dei voti ricevuti.
Non un di più, non un di meno.
Chi prende 342 voti scrive “342 volte grazie”.
Chi ne prende 87 scrive “87 volte grazie”.
Chi ne prende 15 si adegua.
È diventata una sorta di tradizione non scritta, un’unità di misura social del consenso elettorale.
In questo scenario perfettamente matematico si inserisce il caso più essenziale della tornata.
Un candidato, risultato con soli due voti, ha pubblicato il suo consueto post:
“2 volte grazie, uno a mamma e uno a papà.”
Secondo alcuni, il messaggio sarebbe stato scritto con la stessa identica procedura degli altri candidati, senza alcuna modifica al formato standard: prima si guarda il risultato, poi si inserisce il numero di “grazie”, poi si pubblica.
Tutto automatico. Tutto coerente.
Resta solo un dettaglio curioso: il candidato avrebbe dichiarato di essersi accorto della candidatura solo a spoglio quasi terminato, e soprattutto di non essersi votato neanche da solo.
Una dimenticanza che, in un sistema così preciso, ha fatto perdere anche quell’unico “grazie” che di solito si assegna a sé stessi.
Morale della giornata: a Frattamaggiore cambia il numero dei voti, ma il post resta sempre lo stesso. E qualcuno, almeno stavolta, ha avuto il coraggio della versione “ridotta all’osso”.

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Coppia Capasso Sossio e Del Prete Maria registra il figlio con il cognome della madre per farlo diventare sindaco da grande.

FRATTAMAGGIORE — In una città dove anche i cognomi sembrano avere una certa continuità amministrativa, una scelta familiare ha attirato l’attenzione e fatto sorridere molti cittadini.
La coppia formata da Capasso Sossio e Del Prete Maria avrebbe deciso di registrare il proprio figlio con il cognome della madre, rinunciando quindi alla tradizionale assegnazione del cognome paterno.
Una decisione che, inizialmente, non sarebbe stata accolta con particolare entusiasmo dal nonno paterno, il quale avrebbe manifestato un certo disappunto.
“Non si è mai fatto così”, avrebbe commentato, richiamando la tradizione familiare.
Tuttavia, dopo aver ascoltato le motivazioni dei genitori, l’uomo avrebbe poi cambiato atteggiamento, accettando la scelta e facendosi una ragione della decisione.
Il motivo della scelta, secondo quanto trapelato, non sarebbe legato soltanto a una preferenza familiare, ma a una vera e propria “prospettiva futura”.
I genitori, infatti, avrebbero scelto il cognome Del Prete con l’idea che il bambino, un giorno, possa aspirare alla carica di sindaco.
Una scelta che, nella loro logica, sarebbe stata influenzata da una coincidenza notata in città: tra sindaco uscente e i principali candidati arrivati al ballottaggio, il cognome ricorrente è proprio quello di Del Prete.
Da qui l’idea, tra il serio e il surreale, che partire già con il “cognome giusto” possa rappresentare una sorta di investimento politico a lungo termine.
La vicenda ha rapidamente alimentato commenti ironici in città, dove qualcuno ha letto la storia come l’ennesima dimostrazione di come, a Frattamaggiore, anche le scelte di famiglia possano finire per intrecciarsi con le dinamiche elettorali.
E così, tra tradizione familiare, perplessità iniziale del nonno e ambizioni future, il piccolo è stato ufficialmente registrato con il cognome materno.
A Frattamaggiore, ormai, anche l’anagrafe sembra guardare più alle elezioni che alla tradizione.

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Entra in cabina col telefono scarico e non riesce a fotografare la scheda: costretto a restituire i 50 euro.

FRATTAMAGGIORE — Doveva essere una semplice operazione.
Entrare in cabina, votare, fare una rapida foto alla scheda elettorale e uscire serenamente con la “prova” del voto.
E invece tutto sarebbe saltato per colpa del 2% di batteria.
Protagonista della vicenda un cittadino frattese che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe entrato nel seggio elettorale già preoccupato per la percentuale residua del telefono.
“Mo faccio veloce”, avrebbe detto prima di entrare nella cabina.
Una volta completato il voto, l’uomo avrebbe provato ad aprire la fotocamera per immortalare la scheda da mostrare come conferma del voto espresso.
Ma proprio in quel momento il telefono si sarebbe spento.
Secondo alcuni presenti, dal separé della cabina si sarebbe sentito un disperato:
“NOOOO… proprio mo!”
A quel punto il cittadino avrebbe provato inutilmente a riaccendere il dispositivo, premendo il tasto di accensione almeno una decina di volte, nella speranza di recuperare anche soltanto qualche secondo di autonomia.
Tentativi purtroppo risultati inutili.
Uscito dalla cabina visibilmente scosso, l’uomo avrebbe poi spiegato ad alcuni amici il dramma vissuto:
“Io il voto l’avevo dato giusto… ma senza foto come faccio a dimostrarlo?”
La situazione sarebbe ulteriormente peggiorata poche ore dopo, quando — sempre secondo alcune voci — sarebbe stato costretto a restituire i 50 euro ricevuti in precedenza, non essendo riuscito a fornire la prova fotografica del voto.
Pare addirittura che l’uomo abbia tentato di salvare la situazione mostrando il telefono scarico come attenuante, ricevendo però come risposta:
“E noi come facciamo a sapere che hai votato davvero?”
L’episodio avrebbe aperto un acceso dibattito tra alcuni cittadini, con molti che avrebbero invitato gli elettori a presentarsi ai seggi con powerbank già carico e risparmio energetico attivato.
Nel frattempo, secondo indiscrezioni, qualcuno starebbe già proponendo per le prossime elezioni delle colonnine di ricarica rapide direttamente fuori ai seggi.

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Commercianti: Ogni sabato affollate il mercato, ma non comprate mai niente… che ci venite a fare?

FRATTAMAGGIORE — Dopo anni di crisi, bancarelle sempre più vuote e clienti ormai rarissimi, i commercianti del mercato settimanale pensavano finalmente di aver rivisto un po’ di movimento.
Sabato scorso infatti il mercato era improvvisamente pieno di persone. Gruppi interi che camminavano compatti tra le bancarelle, stringevano mani, salutavano tutti, sorridevano, distribuivano pacche sulle spalle e si fermavano ogni tre metri a parlare con qualcuno.
“Finalmente un po’ di gente”, aveva pensato inizialmente qualche commerciante.
Peccato però che nessuno comprasse niente.
Né un chilo di pesche.
Né mezzo limone.
Nemmeno una bottiglia d’acqua.
Erano i candidati.
Da quel giorno, raccontano alcuni ambulanti, è partita una vera e propria moda elettorale.
Una coalizione è andata al mercato il sabato?
E allora il sabato dopo ci è andata pure l’altra.
E quello dopo ancora un’altra lista.
Ormai il mercato di Frattamaggiore, più che un mercato, sembra diventato una passerella politica itinerante.
“I clienti normali almeno chiedono il prezzo”, racconta ironicamente un ambulante.
“Questi invece fanno il giro completo del mercato, salutano tutti, promettono cambiamenti, stringono mani… e poi se ne vanno senza comprare nemmeno una cipolla.”
La delusione maggiore, spiegano alcuni commercianti, nasce soprattutto dall’illusione iniziale.
Per qualche secondo infatti, vedere tutta quella folla tra le bancarelle aveva fatto pensare ai vecchi tempi, quando il mercato del sabato era davvero pieno di persone.
Poi però la realtà è apparsa subito chiara:
non erano clienti.
Erano candidati in cerca di voti.
Nel frattempo, i commercianti continuano a guardare con amarezza le bancarelle sempre più vuote.
Una volta il sabato mattina era quasi impossibile camminare tra la folla.
Oggi invece, raccontano alcuni ambulanti, gli unici giorni in cui si rivede un po’ di confusione sono proprio quelli della campagna elettorale.
“Prima almeno la gente veniva per comprare”, racconta qualcuno sorridendo amaramente.
“Adesso vengono solo per chiedere voti.”
E proprio in vista dell’ultimo sabato prima delle elezioni, diversi commercianti avrebbero rivolto un appello ai candidati:
“Va bene tutto… le strette di mano, le foto, i sorrisi, i video per Facebook… però già che state qua, almeno fate pure un po’ di spesa.”
Perché a Frattamaggiore, ormai, il mercato del sabato non lo stanno salvando i clienti.
Lo stanno riempiendo i candidati.

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Monopattini, scattano le nuove regole su targa e assicurazione: a Napoli si parte direttamente con le targhe polacche.

Con l’entrata in vigore delle nuove norme che impongono targa e assicurazione anche per i monopattini elettrici, il Paese si prepara a una piccola rivoluzione della micromobilità urbana.Nel resto d’Italia si stanno organizzando uffici, pratiche, sportelli, appuntamenti e file infinite per adeguarsi alla normativa. A Napoli, invece, la fase “intermedia” sembra essere stata semplicemente eliminata.Secondo le prime segnalazioni — ancora in fase di verifica ma già ampiamente commentate — molti utenti avrebbero scelto una strategia estremamente lineare: non perdere tempo.Perché passare dalla targa italiana per poi valutare eventuali alternative, quando si può direttamente iniziare dal risultato finale?Così, mentre altrove si discute di modulistica, codici e assicurazioni, a Napoli si sarebbe già passati alla soluzione definitiva: targhe polacche direttamente montate sui monopattini, con una logica che, almeno sul piano dell’efficienza, non fa una piega.Una scelta che alcuni definiscono “ingegneria amministrativa avanzata”, altri semplicemente “pragmatismo puro”, e altri ancora “riduzione drastica dei passaggi inutili”.Il principio è semplice: se una scorciatoia esiste, perché fare prima il giro lungo per arrivarci?Nel frattempo, le autorità osservano il fenomeno con attenzione, cercando di capire se si tratti di casi isolati o di una nuova tendenza in grado di rivoluzionare l’intero settore della regolamentazione dei mezzi elettrici.Resta il fatto che, ancora una volta, tra norme e realtà, qualcuno ha trovato il modo di accelerare il processo.Saltando direttamente alla versione “finale”.

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Sempio beve una Coca-Cola e rutta in auto: l’audio è ora al vaglio degli inquirenti per la traduzione.

Ancora una volta la televisione italiana dimostra che nulla, proprio nulla, va sprecato quando c’è da fare ascolti.
Da circa due mesi, in quasi tutte le trasmissioni pomeridiane e serali, il caso Garlasco è diventato una sorta di radiodramma nazionale a puntate infinite. Ogni giorno un nuovo audio, ogni giorno una nuova “scoperta”, ogni giorno qualcuno che in studio prova a spiegare cose che, spesso, non si sentono nemmeno.
Ma il vero capolavoro è arrivato adesso: l’interpretazione dell’ininterpretabile.
Gli audio trasmessi in TV, nella maggior parte dei casi, sono talmente chiari che potrebbero essere tranquillamente scambiati per vento tra le foglie, interferenze radio degli anni ’90 o frullatori accesi in un’altra stanza. Eppure, con una determinazione degna di un laboratorio scientifico, vengono rallentati, riascoltati, scomposti, analizzati.
E soprattutto: tradotti.
Tradotti in che lingua, non è dato saperlo.
Nel frattempo, nel grande universo delle intercettazioni, entra anche la celebre scena di Sempio in auto. Secondo quanto ricostruito dalle trasmissioni, dopo aver bevuto una semplice Coca-Cola, avrebbe emesso un suono. Un suono. Che oggi, con grande serietà istituzionale, viene definito “elemento audio rilevante”.
Il passo successivo è inevitabile: capire cosa abbia detto.
O meglio, cosa abbia “voluto dire” quel suono.
Le redazioni si sono già attivate. In studio si alternano esperti di fonetica, criminologi, sensitivi e ospiti fissi che ormai riescono a distinguere “un sì sussurrato” da “un forse esistenziale” anche nel rumore di una sedia che si sposta.
Nel frattempo, gli inquirenti — almeno secondo la narrazione televisiva — sarebbero al lavoro non tanto per interpretare i fatti, quanto per tradurre l’audio. Una nuova frontiera dell’indagine: la linguistica applicata al rumore involontario.
C’è chi sostiene che dentro quel suono si nasconda una frase chiave. Chi invece è convinto che sia solo un rutto. Ma la televisione, si sa, non si accontenta mai di una spiegazione semplice quando può costruirci sopra due ore di diretta.
E così, tra un riascolto e un fermo immagine, la vicenda continua a crescere.
Perché alla fine il punto non è più cosa sia successo.
Il punto è cosa si può far dire a quello che si sente.

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Porterò più verde a Fratta: dipingeremo di verde le facciate dei palazzi, visto che non ci sono più terreni liberi.

A Frattamaggiore, durante la precedente tornata elettorale, l’attuale sindaco — poi eletto con ampia partecipazione di consensi — aveva presentato la propria campagna con manifesti ben chiari: “meno cemento, più verde”, insieme ad altre promesse legate alla riqualificazione urbana e all’aumento degli spazi verdi in città.
A distanza di cinque anni, secondo quanto notano diversi cittadini, la realtà urbanistica della città appare però profondamente cambiata, con una forte presenza di nuovi edifici e una disponibilità sempre più ridotta di terreni liberi da destinare a parchi, aiuole o nuove aree verdi.
In questo contesto, il tema del “verde” continua comunque a essere presente nei programmi elettorali dei candidati sindaci che si preparano alla nuova tornata.
Uno dei candidati, infatti, ha inserito nel proprio programma una proposta che sta facendo discutere: di fronte alla mancanza di spazio fisico per nuovi parchi o alberi, il “più verde” verrebbe comunque garantito, ma in una forma alternativa.
La proposta consiste nel dipingere di verde tutte le facciate dei palazzi della città, così da aumentare visivamente la presenza del colore verde nel contesto urbano, pur in assenza di nuovi spazi reali destinati alla natura.
Una soluzione che alcuni leggono come provocazione ironica da campagna elettorale, mentre altri la interpretano come una risposta pragmatica a una città ormai quasi completamente urbanizzata.
Nel frattempo, il tema del verde resta centrale nel dibattito politico frattese, anche se la sua declinazione, rispetto a cinque anni fa, sembra aver cambiato completamente forma: dalle promesse di nuovi spazi naturali, alle ipotesi di “verde applicato” direttamente sulle facciate dei palazzi.
A Frattamaggiore, insomma, il verde continua a essere un obiettivo condiviso. Anche quando non si trova più terreno per farlo crescere.

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Grande delusione per il Giro d’Italia: non passa per Via Genoino, asfaltata alla perfezione per l’occasione.

A Frattamaggiore, pochi giorni prima del passaggio del Giro d’Italia in città, Via Genoino è stata completamente rifatta e asfaltata a regola d’arte, con lavori eseguiti in modo accurato e rifiniture che hanno subito attirato l’attenzione dei residenti.
L’intervento, realizzato proprio a ridosso della tappa ciclistica, aveva inizialmente fatto pensare a molti cittadini che la strada potesse essere inserita nel percorso ufficiale della gara, vista anche la qualità eccezionale dei lavori eseguiti rispetto ad altri interventi ordinari.
Per questo motivo, per diversi giorni, in zona si era diffusa una certa curiosità, con alcuni residenti convinti che il passaggio del Giro d’Italia avrebbe valorizzato proprio Via Genoino, trasformandola in uno dei punti più visibili della città.
La realtà, però, si è rivelata diversa: il Giro d’Italia è passato sì per Frattamaggiore, ma ha seguito un percorso completamente differente, lasciando Via Genoino fuori dalla mappa ufficiale della corsa.
Tra i cittadini non è mancata una certa delusione, soprattutto da parte di chi si era convinto di vedere i corridori sfrecciare proprio sotto casa, su quella strada appena riasfaltata e ora perfettamente liscia.
A quel punto, mentre qualcuno si è limitato a sottolineare il dispiacere per il mancato passaggio della corsa, sui social è emersa anche un’altra lettura, più maliziosa, secondo cui l’intervento non sarebbe stato legato al Giro d’Italia, ma semplicemente al fatto che proprio su Via Genoino risiede il sindaco.
Una lettura che ha alimentato commenti e sospetti tra i cittadini, anche alla luce del fatto che i lavori sono stati eseguiti negli ultimi giorni del mandato amministrativo.
Resta comunque il dato oggettivo: Via Genoino oggi è una delle strade meglio asfaltate della zona, anche se il Giro d’Italia non l’ha percorsa. E tra i residenti, accanto alla soddisfazione per il nuovo manto stradale, rimane ancora aperta la domanda che ha accompagnato tutta la vicenda: coincidenza legata alla corsa o semplice scelta “casalinga” dell’intervento?

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Sfuma la vittoria di Sal Da Vinci all’Eurovision: Napoli invia all’Ucraina le bombe preparate per i festeggiamenti.

A Napoli ogni occasione è buona per festeggiare con il tradizionale metodo locale: esplosioni. Che si tratti di uno scudetto, della vittoria dell’Italia ai Mondiali o anche solo del compleanno di un parente tornato dal Belgio, il protocollo prevede da sempre batterie di fuochi, botti e ordigni artigianali in grado di far tremare interi quartieri.
Negli anni, la tradizione si è affinata al punto che alcuni ordigni sono diventati veri simboli della città. Tra i più noti la “bomba Maradona”, capace di far saltare tre balconi e spegnere l’illuminazione pubblica nel raggio di 500 metri, e la più recente “bomba Careca”, il cui boato, secondo alcuni residenti, sarebbe stato avvertito anche a Caserta.
Per la finale dell’Eurovision Song Contest, molti cittadini napoletani avevano già predisposto un piano celebrativo in caso di vittoria di Sal Da Vinci, ritenuto da diversi residenti “praticamente uno di famiglia”. Secondo fonti di quartiere, nei garage erano già pronte decine di bombe ad alto contenuto esplosivo, alcune talmente potenti che, a detta di chi le ha viste, “in confronto quelle della guerra sembrano tric trac”.
La mancata vittoria del cantante ha però bloccato tutto a poche ore dall’accensione della prima miccia. Per evitare sprechi, il Comune avrebbe quindi deciso di destinare il materiale pirotecnico all’Ucraina come aiuto militare nel conflitto contro la Russia.
Secondo indiscrezioni, i primi camion partiti da Napoli trasportavano due “bombe Maradona”, una “Careca Special Edition” e un ordigno sperimentale soprannominato “Gigi D’Alessio”, descritto dagli artificieri come “quello che non esplode subito, ma poi parte all’improvviso e ti rovina la serata”.

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