Reazione allergica per aver usato crema solare oltre il 100% e Autan insieme: al pronto soccorso l’ago non entra, causa pelle super protetta.

San Foglia la Stretta (LE) – Ieri pomeriggio una donna residente a San Foglia la Stretta, rinomata località balneare della provincia di Lecce, ha rischiato di finire in emergenza dopo una reazione allergica causata da un curioso mix di crema solare con fattore protettivo superiore al 100% e Autan per le punture d’insetto.

Giunta al pronto soccorso locale, i medici si sono trovati di fronte a un caso del tutto inedito: l’ago per l’iniezione non è riuscito a penetrare la pelle, definita dai sanitari “super protetta, praticamente impenetrabile”. “È come se avesse creato una corazza invisibile”, ha commentato un infermiere visibilmente confuso.

La paziente, visibilmente scossa ma in condizioni stabili, ha raccontato di aver voluto esagerare con la protezione perché “non si sa mai con le zanzare di San Foglia la Stretta”. Attualmente è in osservazione, nella speranza che il suo corpo si decida a lasciar entrare almeno qualche ago.

Il fratello della donna ha dichiarato:

“Le avevo detto di non esagerare, ma lei voleva battere tutti i record di protezione. Ormai ha la pelle più dura del casco di un motociclista.”

Il sindaco di San Foglia la Stretta, intervistato sul caso, ha commentato con ironia:

“Invito tutti i cittadini a usare la testa, non solo la crema solare. Se continuano così, potremmo trasformare il paese in una vera fortezza.”

I medici invitano i turisti a non esagerare con creme e repellenti e a preferire metodi più tradizionali, come il classico spray zanzarifugo e il buon vecchio fumo di falò.

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Nessuno vuole allenare l’Italia: a San Gregorio Armeno vendono solo la base vuota della statuina del nuovo CT.

Nessuno vuole allenare l’Italia: a San Gregorio Armeno vendono solo la base vuota della statuina del nuovo CT

“È in edizione limitata: c’è solo l’ansia” – dice l’artigiano mentre incarta il nulla a 12 euro.

Napoli – In un’Italia calcisticamente allo sbando e orfana di un commissario tecnico dopo l’epocale esonero di Spalletti, anche l’arte presepiale si adatta alla crisi.

Nel cuore di Napoli a San Gregorio Armeno, tra una statuina di Zelensky con il panettone e una di Chiara Ferragni che scarta la beneficenza, l’artista Genny Di Virgilio – celebre creatore delle statuine dei personaggi del momento – ha deciso di mettere in vendita… la base.
Sì, solo la base.

“La statuina del nuovo CT non si può fare, perché non esiste. Quindi per ora vendo solo il piedistallo”, spiega Genny ai turisti tedeschi, confusi ma contenti, mentre si fanno una foto con un blocchetto di sughero e ci scrivono sopra ‘Forza Italia’ con la penna.

Il piedistallo, alto 7 cm e largo quanto basta per contenere il peso dell’ennesima delusione azzurra, viene venduto a 12 euro. Costo che sale a 15 con la scritta “Prossimamente su questa base”.

“Avevo pensato di fare De Rossi, poi Cannavaro, poi magari un ologramma di Bearzot. Ma finché Gravina non si decide, io vendo il concetto”, spiega Genny. “E comunque la base la vuole pure uno che colleziona ex ministri della salute.”

Secondo alcune indiscrezioni, nelle prossime ore potrebbe arrivare una statuina alternativa: una panchina vuota, con sopra solo un biglietto lasciato da Ranieri con su scritto “NO GRAZIE”.

Nel frattempo, l’Italia si prepara ai prossimi Europei con un CT immaginario e una rosa di convocati che sembra estratta da un tombolone taroccato. Ma almeno a Napoli, anche il nulla diventa arte.

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Mediaset celebra “l’uomo della luce, della speranza e del perdono”. Solo quando annunciano “a due anni dalla scomparsa” capisci che non parlano di Papa Bergoglio, ma di Silvio.

Parte il promo in grande stile: musica solenne, frasi ispirate, immagini sfumate. “Un uomo che ha portato speranza, sorriso, fiducia. Che ha saputo parlare al cuore della gente”.
Per un attimo si pensa a un tributo pontificio, magari a Papa Francesco, scomparso pochi mesi fa. Poi arriva la frase chiave:
“A due anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi”.

Sorpresa. Non è un documentario vaticano, è lo Speciale Berlusconi di Mediaset. E il tono è quello delle grandi occasioni, da fiction celestiale.

Ma in fondo, Silvio era anche questo: divisivo per alcuni, amatissimo da altri, ma soprattutto unico. Un uomo che ha saputo vivere la vita come pochi, tra televisioni, politica, calcio e barzellette, passando con disinvoltura da Putin a Fedele Confalonieri, da Palazzo Chigi a Villa Certosa.

Non un santo, certo. Ma uno che sapeva campare, come si dice a Napoli. Gli piacevano le donne, le cene eleganti e le battute pronte. E anche chi non lo sopportava finiva per citarlo. Perché Berlusconi è stato, nel bene o nel male, una parte della colonna sonora di questo Paese.

Lo speciale Mediaset lo racconta come “una guida, un riferimento, un uomo fuori dal tempo”. E forse lo era davvero: in un’Italia grigia e seriosa, Silvio è stato il colore, l’eccesso, il sorriso smaliziato.

E mentre scorrono le immagini tra stadi pieni, comizi infuocati e apparizioni televisive, viene da pensare che sì, forse non era un Papa.
Ma di miracoli, in TV, ne ha fatti parecchi.

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Ranieri: Per rispetto degli italiani, andrò in panchina della Nazionale, ma senza fare il CT.

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Donna passa davanti a una parklet: il Comune valuta di installare tendine parasole per tutelare l’imbarazzo delle passanti.

Frattamaggiore – Nel tentativo di risolvere una situazione divenuta ormai insostenibile per le passanti del Corso Durante, il Comune di Frattamaggiore sta valutando l’installazione di tendine parasole sulle nuovissime parklet, inaugurate tra l’entusiasmo di pochi e lo scetticismo di molti.

Le parklet, costate un vero e proprio occhio della testa, hanno ristretto a tal punto la carreggiata da trasformare il corso principale della città in un’autentica pista ad ostacoli. Corredate da vasi in cemento contenenti piante già in fase di trasformazione in arido arredamento urbano, queste “oasi di socialità” sembrano destinate più a essere un problema che una soluzione.

Ma il vero dramma si consuma tra marciapiedi e panchine, dove le donne, passanti ignare, sono costrette a fare da passerella improvvisata per gli sguardi indiscreti degli uomini – perlopiù di una certa età – comodamente seduti e pronti a dedicare sguardi dalla testa… fino ai piedi.

Le passanti denunciano imbarazzo crescente, mentre i cittadini lamentano che l’aria fritta di queste postazioni – collocate in una strada trafficatissima non pedonalizzata – è un cocktail letale di smog e disagio. Durante la manifestazione “Fratta na Corsa”, inoltre, le parklet si sono rivelate un pericolo pubblico, trasformandosi in trappole mobili che ostacolano i corridoi di fuga.

In risposta a queste istanze, il Comune starebbe quindi valutando l’installazione di tendine parasole “anti-imbarazzo”, un’idea innovativa che promette di tutelare la dignità delle donne e forse anche la cervicale degli uomini, costretti a guardare attraverso teli che – a giudicare dall’ottimismo degli urbanisti – dovrebbero conciliare la privacy con la socialità.

I cittadini, dal canto loro, restano divisi tra l’ironia amara e la rassegnazione: “Abbiamo speso tanto per un monumento al disagio – commenta un residente – ora aspettiamo le tende e, chissà, magari anche qualche paio di occhiali da sole a completare l’arredo”.

Una cosa è certa: mentre il Corso Durante si riempie di parklet e tendine, in tutta la città i cantieri per palazzoni spuntano ovunque, intasando strade e peggiorando un degrado urbano già difficile da sopportare. A Frattamaggiore, insomma, l’urbanistica continua a sorprendere… ma non sempre in senso positivo.

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Per errore dona l’8 per mille alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno: con l’unico donatore finalmente possono permettersi una penna Bic.

In un’Italia dove molti cittadini non sanno nemmeno cosa sia la Chiesa Cattolica — figuriamoci la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno — è successo l’impensabile: un generoso (o distratto) contribuente ha destinato il proprio 8 per mille proprio a questa chiesa che, per la stragrande maggioranza degli italiani, è più un mistero che una realtà.

La curiosità più comune è come facciano a chiamarsi “del Settimo Giorno”, visto che in Italia il sabato è sinonimo di serate in discoteca e festini fino all’alba. Qualcuno, con la saggezza che contraddistingue il popolo italiano, ha infatti ipotizzato che quel “settimo giorno” non sia altro che il sabato notte, giorno di feste, musica e drink a fiumi. Perché, diciamocelo, conoscere una confessione che non fa parte del mainstream è impresa ardua, specie quando ci si confonde persino sulle giornate della settimana.

Ma la vera chicca della giornata è un’altra. In un paese che ha appena vissuto un referendum fondamentale per migliorare la condizione dei lavoratori, la maggioranza degli stessi lavoratori ha deciso di ignorare bellamente l’appuntamento con la democrazia e di non andare a votare. Evidentemente, tra un aperitivo, un post su Instagram e qualche serie tv, il diritto di difendere i propri diritti è passato in secondo piano.

E così, mentre metà dell’Italia si dimentica di votare e ignorare chi e cosa sia la Chiesa Avventista, l’unico donatore fortunato — o forse più sveglio di tutti — ha regalato a questa piccola comunità il denaro sufficiente per acquistare una penna Bic nuova di zecca. Un investimento niente male, visto che con quella penna potranno finalmente firmare qualche documento in più e magari, chissà, attirare qualche nuovo fedele tra quelli che ancora confondono il sabato con una serata in discoteca.

Morale della storia? In Italia, tra referendum ignorati e chiese sconosciute, qualcuno ha almeno fatto la cosa giusta… anche se per puro errore.

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Risultati Referendum: 80% ha postato ‘Andate a votare’, il 30% ci è andato davvero.

È ufficiale: gli italiani credono nella democrazia.
Soprattutto quando si tratta di dirlo pubblicamente, farlo invece un po’ meno.
Secondo i dati ufficiali, l’80% degli italiani ha pubblicato almeno una storia con scritto “Andate a votare”, accompagnata da cuori tricolore, mani giunte e qualche faccina riflessiva.
Alle urne però, ci è andato solo il 30%.
Il resto ha scelto convintamente il voto balneare: telo mare, ghiacciolo e grande senso civico… da ombrellone.

“Ma io l’ho scritto, vale uguale”, dice un ragazzo in infradito, mentre posta un selfie con la frase “Il mio voto è il sole”.

La confusione è aumentata dopo le dichiarazioni della Premier Giorgia Meloni, che ha annunciato con orgoglio che sarebbe andata al seggio ma senza ritirare le schede.
Una posizione subito commentata sui social con perle del tipo:

  • “Vado al ristorante ma non ordino”
  • “Vado in vacanza ma non faccio la valigia”
  • “Vado a messa ma non faccio la comunione”

Insomma, partecipazione sì, ma fino a un certo punto, giusto il tempo di fare una storia.
Si segnala anche un caso emblematico a Bari, dove un ragazzo ha fatto sei post consecutivi sul diritto al voto, per poi dimenticare di andarci “perché c’era fila al lido”.

“Pensavo che bastasse farlo sapere, non farlo davvero”, ha detto un’utente confusa.

In vista del prossimo referendum, il governo starebbe valutando misure alternative:

  • seggi in spiaggia
  • voto con braccialetto festival
  • schede distribuite nei pacchetti di patatine

Nel frattempo, l’Italia si conferma un Paese attivissimo… nei contenuti temporanei, dove la Costituzione dura quanto una storia: 24 ore. Poi sparisce, e si torna al mare.

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Parcheggia a via Vittoria ma ha solo contanti: resta bloccato 3 giorni con i figli, li salva il primogenito arrivato da Milano col Bancomat.

FRATTAMAGGIORE (NA) – Tragedia sfiorata al parcheggio di via Vittoria, dove un uomo e i suoi due figli sono rimasti “ostaggio” del sistema di pagamento elettronico per tre lunghissimi giorni. Il motivo? Nessuna carta di credito, solo contanti.
Il signor Carmine R., 47 anni, residente a Frattamaggiore, aveva deciso di parcheggiare per una rapida commissione. Ma alla macchinetta, l’amara scoperta: il parchimetro non accettava né monete né banconote, solo carte. “Pensavo fosse rotto. Ho provato a soffiare dentro come col Nintendo, ma niente”, ha dichiarato con gli occhi ancora pieni di rassegnazione.

In assenza di carta elettronica e con il parcheggio ormai sbarrato, Carmine è stato costretto a restare chiuso all’interno dell’area insieme ai figli, Salvatore e Gennarino, rispettivamente 9 e 12 anni. “Il piccolo voleva uscire a tutti i costi, il grande invece ha iniziato a leggere il regolamento del parcheggio come se fosse un libro di Harry Potter”, racconta il padre.

A sbloccare la situazione ci ha pensato il primogenito, Antonio, 24 anni, che lavora a Milano come graphic designer o forse come rider — “dipende dai giorni”, dice la madre. Avvisato via WhatsApp con messaggi vocali di 6 minuti ciascuno, il ragazzo ha preso il primo treno utile per Frattamaggiore, portando con sé l’unica carta Bancomat della famiglia.

“È stata dura. Ho dovuto chiedere un giorno di ferie e spiegare al mio capo che mio padre era prigioniero di un parcheggio. Mi ha guardato male, ma mi ha lasciato andare”, ha raccontato Antonio mentre strisciava vittoriosamente la carta nel lettore. La sbarra si è finalmente alzata tra gli applausi (immaginari) dei passanti e le lacrime del signor Carmine: “Non credevo di farcela, avevo finito pure i taralli.”

Il Comune non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma una fonte anonima avrebbe commentato: “Meglio così, almeno la gente si modernizza. E poi c’è meno rischio di falsi da 20 euro.”

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Lavoratore dipendente chiede un permesso per andare a votare e viene licenziato per giusta causa.

San Foglia la Stretta (provincia di Vibo Valentia) – Ha chiesto due ore di permesso per recarsi alle urne, ed è stato licenziato per giusta causa.
Il lavoratore, 43 anni, dipendente modello, colpevole di aver espresso il desiderio di votare al referendum per il reintegro dei licenziati senza giusta causa, è stato accompagnato all’uscita tra gli applausi del management.

“Un comportamento gravissimo – ha dichiarato il datore di lavoro – in azienda vige il principio del quieto vivere: chi vota, disturba.”

Secondo l’azienda, il lavoratore avrebbe “dimostrato una pericolosa attitudine alla partecipazione democratica”, e quindi una chiara incompatibilità con l’ambiente di lavoro, dove da anni regna un clima di “serena rassegnazione”.

Il licenziamento è avvenuto in un momento particolarmente ironico della storia italiana: proprio mentre si votava un referendum che – in teoria – avrebbe potuto salvare lavoratori da licenziamenti ingiusti.
Ma l’Italia, come sempre, ha dato prova di maturità: alle urne si è presentata meno gente che al buffet dopo un funerale.

“Pensavamo che almeno i lavoratori avrebbero votato. E invece niente. Probabilmente erano troppo impegnati a lavorare per non farsi licenziare senza giusta causa”, ha commentato un sindacalista incredulo, mentre svuotava da solo il seggio.

Intanto il lavoratore licenziato ha dichiarato:

“Mi è andata male. Se non chiedevo il permesso, forse non mi licenziavano. Se il quorum si raggiungeva, forse mi riassumevano. Ma tanto non è andata né l’una né l’altra. Quindi, in fondo, sto nella media.”

Pare che l’azienda, vista la partecipazione nulla al referendum, stia valutando di licenziare anche chi non ha votato:

“Per eccesso di indifferenza. Che è peggio della disobbedienza.”

In chiusura, il datore di lavoro ha voluto lanciare un messaggio a tutti i dipendenti ancora in forza:

“Se volete votare, fatelo alle elezioni aziendali di miglior collega dell’anno. Tanto lì vinco sempre io.”

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Lavoratori non vanno a votare per principio: “Se iniziamo a decidere noi, poi dove andremo a finire?!”

In tutta Italia si è registrato un boom di astensionismo al referendum che avrebbe potuto migliorare le condizioni dei lavoratori. Ma loro, ligi alla tradizione dello sfruttamento consapevole, hanno scelto la strada del silenzio democratico.
“Decidere? Noi? E poi chi lo dice al nostro datore di lavoro che non lo odiamo in segreto ma solo per sport?”, dichiara un operaio che da vent’anni lavora in un capannone senza finestre e con l’aria condizionata impostata su “deserto del Gobi”.

Secondo un recente studio dell’Università di Vattelappesca, l’80% dei lavoratori italiani ha preferito andare al mare piuttosto che alle urne:

“Il referendum? Lo facciamo l’anno prossimo, ora ci stiamo giocando il diritto al lettino in seconda fila.”

Il sindacato ha provato a mobilitare le masse distribuendo volantini, gelati al gusto “precarietà” e palette da spiaggia con scritto “Vota che ti passa”. Ma niente da fare. I lavoratori sono rimasti fedeli alla linea guida del “non disturbare chi ci sfrutta, che già ha tanti pensieri”.

“Noi siamo per la continuità”, afferma con orgoglio un dipendente di call center mentre si spalma la crema sul tatuaggio Carpe Diem fatto in pausa mensa. “Se iniziassimo a far valere i nostri diritti oggi, domani tocca scioperare, dopodomani pretendere ferie, e tra una settimana ci ritroviamo coi sindacati in spiaggia. No no, meglio subire in silenzio sotto l’ombrellone”.

In alcune città costiere, i lavoratori si sono addirittura organizzati per non andare a votare insieme, ma in costume. “È bello sentirsi parte di un’astensione collettiva bagnata, un po’ come il 25 aprile, ma senza memoria storica”.

Nel frattempo, un imprenditore visibilmente commosso ha dichiarato:

“Ringraziamo i lavoratori per la loro maturità. È bello vedere che la classe operaia continua a difendere i nostri privilegi con così tanta dedizione. Non li deluderemo: continueremo a non dar loro niente.”

A chi chiede come mai, nonostante tutto, non ci si ribelli mai veramente, un metalmeccanico risponde secco, mentre si asciuga col telo di Coco Pops:

“Perché siamo italiani: ci piace la fatica, ma solo se è inutile.”

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