Caffè a Venezia da 120€ a 570€: bar approfitta della presenza degli invitati al matrimonio di Bezos.

VENEZIA – Chi pensava che un caffè a Venezia costasse già troppo, si ricrederà. In città, dove la tazzina parte da un onesto e tranquillo prezzo di 120€, un bar ha deciso di alzare ulteriormente l’asticella, portando il conto fino a 570€. La motivazione? Gli invitati al matrimonio di Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, hanno fatto capolino tra i canali, e qui “chi ha i soldi li spende”, parola del barista.

“Se Bezos si sposa a Venezia, vuol dire che la città è un posto di classe”, spiega il gestore con aria compiaciuta, “e allora noi ci adeguiamo. Gli invitati? Se portano i dollari, noi mettiamo il prezzo.”

Nel frattempo, i veneziani, ormai abituati a protestare da mesi contro il matrimonio, sostengono che l’evento stia “bloccando la città” e peggiorando la già nota congestione lagunare. Striscioni e cori risuonano tra le calli, ma sembra che l’unica cosa davvero “bloccata” sia la pazienza di chi deve fare i conti con prezzi che volano più in alto delle gondole.

“Ci lamentiamo per le chiusure, per le deviazioni, per tutto il caos… e ora anche per il caffè da 570€”, commenta una residente infastidita, “Ma davvero questa è la nostra accoglienza?”

Così, mentre gli invitati sorseggiano caffè da prezzi astronomici, i veneziani si trovano a riflettere su chi stia davvero “bloccando” la città: il ricco ospite o l’onda di proteste che sembra non lasciare spazio a nulla, nemmeno a una tazzina di caffè?

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Veneziani protestano contro il matrimonio di Bezos: Poteva sposarsi a Montecarlo, non in questa pozzanghera.

VENEZIA – “Un affronto. Un’umiliazione. Un’offesa alla nostra identità liquida”. Così recitava uno degli striscioni comparsi ieri durante la protesta contro il matrimonio imminente di Jeff Bezos, colpevole – secondo alcuni residenti – di voler dire sì tra i canali veneziani, come un qualsiasi turista con un debole per le gondole e i selfie storti.

Il fondatore di Amazon, patrimonio stimato in 214 miliardi di dollari, ha osato scegliere Venezia per celebrare le sue nozze, scatenando una sommossa cittadina degna del giorno in cui introdussero il coperto obbligatorio. I manifestanti, una cinquantina in tutto, si sono presentati con megafoni, cartelli e indignazione ben conservata dal 1993, gridando slogan tipo “No al traffico sentimentale!” e “Bezos vattene a Las Vegas!”.

Tra i promotori della mobilitazione si è distinto il neonato Comitato Anti-Miliardari a Venezia, un gruppo spontaneo nato su Facebook due sere fa durante una partita a briscola, con lo scopo dichiarato di “tenere fuori i super-ricchi dalla nostra umile pozzanghera”.

“Oggi Bezos, domani Elon Musk che ci parcheggia il razzo in Piazza San Marco”, ha detto uno dei membri fondatori, “Qui a Venezia non c’è spazio per i miliardi. Solo per i baccalà e le lamentele.”

In effetti, il matrimonio ha comportato alcune limitazioni temporanee, come deviazioni di percorso per gondole e motoscafi, alcune zone transennate e – scandalo degli scandali – la temporanea sospensione del passaggio libero davanti a un bar che “fa il tramezzino più lungo della Giudecca”.

Mentre i cartelli inneggiavano a Montecarlo, Dubai e persino Treviso, qualcuno – sottovoce – provava a far notare l’assurdo:

“Ma scusate, uno che può sposarsi su una nuvola privata fatta di bitcoin, sceglie Venezia… e noi ci lamentiamo? Cioè, boh, a questo punto meritavamo davvero il centro commerciale galleggiante.”

La protesta si è conclusa in serata, senza scontri e senza pioggia, ma con grande amarezza da parte di alcuni attivisti, che avevano già preparato gli ombrelli per fare scena.
Bezos, nel frattempo, non ha ancora pronunciato il fatidico sì, ma ha fatto sapere che ama Venezia, e che per lui è “un luogo magico dove l’acqua non arriva dalle tubature ma dalla storia”.

Un concetto difficile da digerire per chi, a Venezia, non riesce più neanche a digerire i turisti.

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G7: “Salviamo la Terra con le guerre ecologiche”. Approvati carri armati elettrici e mine riciclabili entro il 2040.

I grandi della Terra d’accordo: la Terra va salvata, anche se senza chi ci vive sopra


Alla fine ci sono arrivati: per salvare la Terra, l’unica soluzione è fare guerre sostenibili.
Durante l’ultimo G7, tenutosi tra buffet biologici e risate a bassa emissione, i leader mondiali hanno firmato un accordo storico: entro il 2040, tutte le guerre dovranno essere ecologiche.

Via i carri armati a gasolio, dentro quelli elettrici con ricarica rapida.
Addio alle bombe sporche, sì alle mine biodegradabili e ai missili compostabili. Il tutto, ovviamente, per “ridurre l’impatto ambientale dei conflitti”.

“È importante che, mentre ci distruggiamo a vicenda, rispettiamo l’ambiente”, ha dichiarato un leader mentre ordinava un attacco mirato a basse emissioni.

Grande entusiasmo anche per le nuove armi fotovoltaiche, già definite “l’alba della guerra green”. L’unico problema: funzionano solo con il sole, ma stanno studiando una soluzione a batterie ricaricabili con la dinamo delle biciclette dei rifugiati.

Nel frattempo, mentre si parla di futuro pulito, la Terra continua a tremare sotto bombe sporche, veri eserciti invadono territori, civili muoiono ogni giorno, e l’aria – quella sì – diventa più leggera solo quando i polmoni smettono di funzionare.

Ma tranquilli, ci stanno salvando.
Non noi. La Terra.

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Anziani per il caldo non visionano i cantieri, ditte edili ne approfittano e spuntano 20 nuovi cantieri dal nulla.

Il caldo torrido ha messo in ginocchio non solo i comuni mortali, ma anche i nostri preziosi anziani, ormai ufficialmente in sciopero contro la “missione impossibile” di sorvegliare tutti i cantieri edili sparsi sul territorio di Frattamaggiore. Un’impresa che, diciamolo, avrebbe stancato pure Ercole.

La situazione è chiara: cantieri a go-go. Cooperative edilizie che spuntano come funghi dopo un temporale estivo, palazzoni che crescono più in fretta delle piante selvatiche nei parchi cittadini. E mentre i muratori lavorano febbrilmente, gli anziani – un tempo vigili supremo di ogni ponteggio e cemento armato – si ritirano all’ombra dei ventilatori, lamentandosi di non poter più coprire tutti i fronti.

“Non ce la facciamo più, siamo pochi e i cantieri sono troppi,” è il grido di dolore unanime dei pensionati frattesi, che già chiedono rinforzi dalla vicina “forza anziana” di Crispano, Frattaminore, Arzano e perfino Grumo Nevano. “Se non arriva qualcuno ad aiutarci, questi palazzoni diventeranno grattacieli senza nemmeno un’occhiata di controllo!”

Ditte edili, dal canto loro, non si lasciano certo sfuggire l’occasione: con gli anziani assenti, le regole non scritte del “commento continuo” e del “controllo puntuale” saltano. E così, in una notte magica degna di un film fantasy, Frattamaggiore si sveglia con 20 cantieri nuovi di zecca spuntati dal nulla, proprio come funghi dopo la pioggia.

I passanti, ormai abituati al via vai di operai, scherzano: “Questi cantieri stanno crescendo più in fretta del caldo d’estate!” E c’è chi giura di aver sentito un anziano lamentarsi: “Ai miei tempi, con questo caldo, si faceva tutto più lentamente… e con più occhi addosso!”

Insomma, se volete vedere la prossima metropoli del cemento e dell’asfalto, non dovete far altro che fare un giro a Frattamaggiore. Ma attenzione: portatevi un ventilatore portatile, perché il caldo fa miracoli… soprattutto per far sparire gli anziani dai cantieri.

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Incendio di rifiuti a Via Siepe Nuova, il Comune consiglia di chiudere le finestre e trattenere il respiro fino a novembre.

Frattamaggiore (NA) – Una colonna di fumo nero, visibile da chilometri, ha segnato l’ennesimo capitolo della saga ambientale frattese, con un rogo di rifiuti e scarti industriali sotto i ponti dell’asse mediano in zona Via Siepe Nuova. L’incendio, già domato al momento della pubblicazione del video sui social, ha sollevato più di qualche polmone e parecchie domande.

Ma niente panico: l’amministrazione comunale si è prontamente attivata… consigliando ai cittadini di chiudere le finestre e, se possibile, trattenere il respiro fino a novembre. Una misura temporanea ma efficace, almeno secondo l’ufficio “Soluzioni Immaginarie e Alibi Creativi”, attivo H24 per giustificare l’ingiustificabile.

“Per la tua sicurezza, chiudi le finestre e soprattutto i polmoni”: con questo gesto di grande premura, il Comune dimostra di avere a cuore la salute dei cittadini… almeno finché non respirano.

Intanto sui social si scatena l’indignazione. “Stanno impegnati a fare i video dei loculi al cimitero”, scrive qualcuno. “Nessun consigliere che si faccia carico di denunciare lo scempio”, denuncia un altro. E ancora: “È un olocausto”, “Che aria si può respirare?”, “Coloro che dovrebbero attivarsi sono troppo impegnati a dare licenze per capolavori di cemento”.

Secondo altri, se ti ammali non è certo colpa delle fiamme, del fumo o dei rifiuti tossici, ma del tuo stile di vita: mangi troppo fritto, esci poco, respiri senza permesso.

Nel frattempo la zona continua ad essere a ridosso di abitazioni, di una villetta comunale, e dei nervi ormai scoperti dei residenti, che tra bruciori alla gola, occhi infiammati e finestre serrate, si chiedono:

“Ma non si poteva intervenire prima, visto che quei rifiuti erano lì da mesi?”

Alla fine, a Frattamaggiore puoi anche morire, purché in silenzio e con le finestre chiuse.

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Veneziani contro il matrimonio di Bezos a Venezia. Il Bar Vega di Frattamaggiore risponde: “Sposati da noi, spendi il doppio, ma ti garantiamo il prestito”

Bezos ostacolato a Venezia: il Bar Vega di Frattamaggiore si offre come garante per un matrimonio molto più costoso

Jeff Bezos voleva una cerimonia indimenticabile. Per questo ha scelto Venezia, una delle sette meraviglie del mondo, per dire il fatidico “sì”. Ma non aveva fatto i conti con i veneziani, che proprio non hanno gradito il matrimonio del miliardario in casa loro: proteste, striscioni, gondolieri furiosi e piccioni organizzati in picchetti simbolici in Piazza San Marco.

La città lagunare, già affaticata dal turismo di massa, ora si ritrova anche il fondatore di Amazon con tutto il suo entourage e un numero imprecisato di ospiti vestiti Armani che chiedono Spritz personalizzati.

Ma quando tutto sembrava perduto, da Frattamaggiore arriva la proposta che può cambiare tutto. Un’offerta che Bezos non può rifiutare (e non perché tema ritorsioni da qualche boss di quartiere, ma perché è davvero vantaggiosa).

Il Bar Vega, leggendario punto di riferimento economico e spirituale dell’area nord di Napoli, si è fatto avanti con una proposta epocale:

“Sposati a Frattamaggiore, Jeff. Costa molto più di Venezia, ma tranquillo: ti facciamo da garanti per il prestito.”

Non è uno scherzo. Anzi, come tengono a precisare gli stessi proprietari del bar, “Da queste parti si paga tutto a peso d’oro: il caffè, l’aperitivo, il parcheggio abusivo, pure lo scatto alla risposta del selfie davanti al murales di Maradona. Altro che gondole.”

Ma Bezos, col suo patrimonio multimiliardario, non dovrebbe avere problemi. Il punto è che, a confronto del Bar Vega, è praticamente un pezzente.
“Se serve, gli anticipiamo noi i soldi,” ha dichiarato uno dei soci, “ma deve firmare da Peppe il tabaccaio, come si fa con tutti.”

Il Comune di Frattamaggiore, nella persona del sindaco Del Prete, si è detto favorevole:

“Ovviamente, tutto nel rispetto della legalità, dell’ambiente e degli equilibri di bilancio… soprattutto del Bar Vega.”

E mentre si discute della location – magari al centro tra il deposito Amazon ai confini con Arzano e un parklet libero – i cittadini si preparano all’evento dell’anno. Alcuni propongono di unire il matrimonio con la prossima edizione di Bici in Città, così da ottimizzare i tempi. Altri chiedono di farlo coincidere con Il Treno dei Desideri, così Bezos può fare due passi dopo il taglio della torta, lungo il confine urbano.

Insomma, Venezia trema, Frattamaggiore sogna. E se tutto va bene, presto vedremo Jeff Bezos tagliare la torta nuziale davanti al Bar Vega, mentre firma il mutuo con penna Bic da 12 centesimi… offerta dalla casa.

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Famiglia italiana salva per miracolo: porta il figlio in Iran per un’operazione urgente, in Italia avrebbe dovuto aspettare fino al 2030 solo per la visita.

“Il pediatra italiano ci ha detto: ‘Tranquilli, c’è posto tra cinque anni. Intanto, se proprio peggiora, provate con il Vicks Vaporub e una preghiera’.”


Nonostante i noti rischi geopolitici, la famiglia L. di Rovigo ha preso il primo volo per Teheran dopo che al figlio di 8 anni è stato diagnosticato un problema serio che richiedeva un’operazione urgente. L’Italia, però, ha risposto con la consueta efficienza del sistema sanitario nazionale: “visita specialistica fissata per il 14 aprile 2030, ore 7:45. Portare tessera sanitaria, codice fiscale e speranza.”

Arrivati in Iran, i genitori sono rimasti sbalorditi: “Siamo entrati in ospedale, ci hanno fatto sedere, offerto il tè e chiesto: ‘Ma davvero siete italiani? Anche mio cugino era in lista d’attesa per una TAC a Torino, ora lavora con noi come anestesista.’”

L’intervento è stato eseguito dopo due giorni, con successo. I medici iraniani hanno poi offerto alla famiglia un pacchetto vacanza “ricovero e riabilitazione” sulle montagne del Mazandaran, con sconto per italiani scappati dalla burocrazia.


Il Ministero della Salute italiano commenta:

“Stiamo migliorando. Ora i tempi di attesa si misurano in anni e non più in ere geologiche.”

Nel frattempo, il medico di base italiano ha lasciato un messaggio vocale alla famiglia:
“Mi dispiace, non posso ricevervi, sono in coda anch’io per una visita ortopedica. Forse ci vediamo direttamente in pensione, se arrivo.”

…la famiglia L. torna a casa grata, ma stremata.
“La cosa più triste” – dice il padre – “è che in un Paese dove i diritti umani sono calpestati, abbiamo trovato più umanità di quanta ne riceviamo in Italia col nostro codice fiscale.”

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Bar Vega compra i parklet del Corso: da spazi secchi a salotti dorati con fontane di champagne e pianoforti a coda.

Frattamaggiore (NA)– Mentre il cittadino medio impreca contro le piante stecchite e i parklet che hanno trasformato Corso Durante in una pista per carrelli della spesa, qualcuno ha visto in quegli spazi un’opportunità. Parliamo del Bar Vega, regno del caffè servito su tovagliette di lino e croissant scolpiti a mano da ex pasticcieri vaticani.

Secondo voci di corridoio sussurrate da un cameriere in camicia inamidatissima, pare che il Vega sia pronto ad acquistare i famigerati parklet per trasformarli in salotti a cielo aperto. Addio piante secche, benvenuti lampadari, sedute imbottite, e magari anche un pianista in giacca chiara che suona “’O sole mio” tra un clacson e l’altro.

“Stiamo solo aspettando che il Comune ci dica a chi dobbiamo fare il bonifico,” avrebbe detto uno dei proprietari del bar, seduto su una sedia così elegante che avrebbe potuto essere dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Il progetto prevede che i parklet, attualmente simili a mini discariche urbane arredate da cactus rinsecchiti, vengano rivestiti con decorazioni in legno lucido, lucine calde da matrimonio chic e magari anche una piccola fontana dove i clienti potranno lavarsi le mani nel succo di limone.

Le critiche dei cittadini, che accusano i parklet di aver ristretto Corso Durante peggio di un sentiero di campagna, sono state accolte con distaccata eleganza. “Non è vero che c’è meno spazio per le auto,” afferma un abituale cliente del Vega. “È solo diventato più selettivo. Ora se vuoi passare col SUV devi chiedere permesso.

Dal Comune, per ora, nessun commento. O meglio: c’è stato, ma era coperto dal rumore del traffico. Secondo alcuni, però, l’amministrazione non disdegnerebbe l’idea. D’altronde, se proprio bisogna imbottigliare la città, tanto vale farlo con stile.

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Netanyahu: “Non si bombardano i miei ospedali per scalzarmi dal trono del cattivo. È contro ogni fair play.”

In un sorprendente momento di trasparenza, il premier Netanyahu ha espresso tutta la sua indignazione per l’episodio che ha visto un ospedale colpito da un missile iraniano. “Non si fa,” ha dichiarato con aria di chi si sente tradito, “non si bombardano i miei ospedali per cercare di rubarmi il ruolo di cattivo ufficiale della regione. Ci sono regole non scritte, un galateo della crudeltà, e l’Iran sembra averle ignorate.”

Da sempre, Netanyahu si è distinto per una precisa strategia comunicativa: colpire obiettivi civili, compresi ospedali, ma con stile. “Ci vuole una narrazione convincente,” ha spiegato il premier a un anonimo consigliere, “una storia da vendere all’opinione pubblica internazionale, altrimenti sembri solo uno scemo con i missili.” E infatti, da mesi il team di propaganda israeliano lavora alacremente per addolcire l’immagine dei raid, alternando accuse di terrorismo con la promessa di sicurezza.

L’Iran, però, pare aver preso alla lettera la regola “colpisci ma fai sembrare che non sia colpa tua” e si è lasciato scappare un missile diretto su un ospedale senza nemmeno la minima copertura mediatica. “È come se avessero partecipato a un concorso di cattiveria senza studiare il regolamento,” ha commentato sarcasticamente un analista geopolitico.

Il risultato? Un corto circuito mediatico che ha messo in imbarazzo il nostro protagonista: “Se l’Iran fa il cattivo senza avvertirmi, come posso continuare a regnare incontrastato? È una vera crisi d’identità.”

Insomma, tra accuse incrociate, bombardamenti e scuse più o meno plausibili, sembra che la “guerra della crudeltà” abbia un codice d’onore tutto suo. E chissà, forse da qualche parte esiste davvero un “manuale per cattivi” che ancora nessuno ha letto, ma che è fondamentale per non perdere la corona.

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Al Maradona la Ola esplode in un “Oleeeee”: Vasco commosso, «Questa è mia, ma non ricordo il titolo».

NAPOLI — Momenti di pura poesia surreale al concerto di Vasco Rossi del 17 giugno 2025 allo stadio Diego Armando Maradona. Davanti a cinquantamila fan in estasi – molti dei quali accampati da quattro giorni con tende, fornellini da campeggio e scorte di vocali – il Blasco ha vissuto un’emozione tanto intensa quanto fraintesa.

Tutto è successo al minuto 27 del concerto, quando una Ola partita dal settore Distinti ha attraversato l’intero stadio, accompagnata dal classico “Oleeeee” gridato in coro da decine di migliaia di voci. Vasco, visibilmente commosso, si è fermato, ha portato una mano al cuore e ha sussurrato al microfono:
«Ragazzi… questa… questa è mia, vero? Ma non ricordo il titolo… sarà del ’93… o forse del ’78… boh, però è bellissima!»

Fonti vicine al cantautore riferiscono che Vasco ha effettivamente creduto che il pubblico stesse intonando il ritornello di un suo brano. Del resto, con una discografia composta per il 74% da canzoni con ritornelli come “Ooooooooh”, “Eeeeeeeeh” e “Aaaaaaaaah”, la confusione è più che comprensibile.

A fine serata, il rocker ha chiesto allo staff se fosse possibile “registrare quella canzone nuova che hanno cantato i fan” e ha contattato la SIAE per sapere se qualcuno l’avesse già depositata. Pare che sia stato rassicurato con un semplice: “Vasco, era la Ola”.

Intanto, alcuni fan giurano che nel coro “Oleeee” si celasse una melodia già sentita in una traccia nascosta del tour del 1995. Altri, più pragmatici, hanno chiesto il rimborso per essere stati costretti a partecipare inconsapevolmente a una nuova hit.

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