Referendum insegna: basta una X per far votare in massa, candidato alle prossime comunali fa scrivere “detto X” accanto al suo nome.

A Frattamaggiore il recente referendum avrebbe lasciato un insegnamento molto chiaro: quando per votare basta fare una semplice X, la partecipazione aumenta e gli elettori si presentano in massa alle urne.
Proprio partendo da questa “lezione”, un candidato alle prossime elezioni comunali avrebbe deciso di adottare una strategia tanto semplice quanto efficace: far scrivere accanto al proprio nome e cognome, direttamente sulle liste, la dicitura “detto X”.
Secondo alcune voci che circolano lungo il corso, l’idea sarebbe nata osservando il comportamento degli elettori durante il referendum, dove lo sforzo richiesto si sarebbe limitato alla classica crocetta sulla scheda.
Non si tratta, in realtà, di una novità assoluta. In passato, diversi candidati hanno utilizzato il “detto” per farsi riconoscere più facilmente. È il caso, ad esempio, dell’onorevole Concetta Giordano, conosciuta da tutti come “Conny”, nome con cui compariva accanto al proprio nelle liste.
Questa volta, però, il livello sembra essersi alzato: non più solo un soprannome per farsi riconoscere, ma una vera e propria scorciatoia per il voto.
L’obiettivo sarebbe quello di semplificare al massimo l’esperienza dell’elettore: entrare nel seggio, individuare il candidato e completare tutto con una sola, rapida X.
Intanto tra i cittadini c’è chi guarda con curiosità a questa possibile evoluzione, immaginando che nelle prossime settimane possano comparire anche altre soluzioni ancora più immediate.
Al momento, però, una cosa sembra certa: a Frattamaggiore la campagna elettorale entra nel vivo, e c’è già chi ha deciso di puntare tutto sul gesto più semplice di tutti. Una X.

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P.S. Per quelli che non colgono l’ironia in queste notizie, sappiate che è un post puramente IRONICO (Non me ne vogliano gli altri, sarà l’ingenuità, ma c’è chi non lo percepisce)

Professore di Bergamo, prima di recarsi a scuola dove insegna, saluta la famiglia sperando di tornare vivo.

Ogni mattina, il professore di Bergamo compie lo stesso rituale: saluta i figli e la moglie prima di uscire di casa, sistema la cartella e si dirige verso la scuola, pronto ad affrontare una giornata come tante… o forse no. Negli ultimi giorni, la cronaca ha ricordato che anche la vita in aula può riservare sorprese inaspettate.
Tra lezioni da preparare e studenti da seguire, ogni passo verso l’aula è accompagnato da un pensiero silenzioso: “Oggi tutto andrà bene?”. Non serve una missione impossibile, basta un po’ di attenzione e fortuna.
E alla fine, resta un pensiero semplice ma chiaro: chi insegna merita rispetto… anche se sembra solo stare alla lavagna.

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Santanché si dimette, governo pensa a Rita De Crescenzo come successore: tutti d’accordo, tranne il sindaco di Roccaraso.

Ieri la ministra Santanché ha deciso di fare un passo indietro e lasciare il ministero del Turismo. Il governo, ancora frastornato, si è subito messo a cercare un successore… e sembra averlo trovato: Rita De Crescenzo, celebre per le sue epiche gite a Roccaraso che hanno trasformato un tranquillo paesino in un parco giochi per influencer e follower impazziti.Tutti applaudono la nomina, convinti che finalmente l’Italia potrà competere con Disneyland, Parigi e qualsiasi località dove la gente va solo per farsi un selfie. Tutti tranne il sindaco di Roccaraso, che già si è procurato tappi per le orecchie, casco da sci e scorta di segnaletica stradale. “Non voglio altri guai organizzativi”, ha dichiarato, già immaginando pullman, droni e follower in fuga sulla neve.Secondo i piani del governo, sotto la guida di De Crescenzo, le gite organizzate avranno un nuovo standard: meno file, più caos, e la possibilità per ogni turista di fare almeno tre TikTok scandalosi prima di uscire dalla località. Nel frattempo, Santanché se ne va, lasciando dietro di sé guai giudiziari, dossier ministeriali e un senso di sollievo generale: almeno chi arriva ora a Roccaraso rischia solo di perdersi tra selfie e cioccolata calda, non tra processi e permessi ministeriali.E così l’Italia si prepara a una nuova era del turismo: tra influencer superstar e sindaci disperati, finalmente tutti potranno vedere il ministero come una vera attrazione… senza bisogno di prenotare.

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Santanchè non si dimette, La Russa: “Valutiamo inserimento presso famiglia nel bosco”.

ROMA – Dopo giorni di tensioni, riunioni e telefonate sempre più brevi, il governo avrebbe finalmente individuato una possibile soluzione al caso Santanchè: l’inserimento controllato presso una famiglia già operativa nel bosco.
L’ipotesi sarebbe emersa durante un colloquio informale tra Ignazio La Russa e alcuni membri della maggioranza, nel tentativo di “superare lo stallo senza creare traumi istituzionali né dover spiegare altre cose in televisione”.
Secondo fonti vicine al dossier, la famiglia in questione vivrebbe da tempo in un’area boschiva e avrebbe già dimostrato una buona capacità di adattamento a situazioni complesse, tra cui l’assenza di segnale, di dibattiti televisivi e di domande dirette.
“Stiamo valutando un inserimento graduale”, avrebbe spiegato La Russa, “inizialmente senza incarichi, poi eventualmente con piccole responsabilità, tipo raccogliere legna o non rilasciare dichiarazioni”.
Non è ancora chiaro se Daniela Santanchè abbia accettato la proposta. Da quanto trapela, avrebbe chiesto alcune garanzie minime, tra cui la presenza di una zona comfort, due specchi e la possibilità di negare comunque tutto anche in assenza di interlocutori.
Nel frattempo, la famiglia nel bosco avrebbe dato una disponibilità di massima, pur chiedendo chiarimenti su alcuni aspetti organizzativi, tra cui “quanto parla” e “se è previsto un periodo di prova o direttamente residenza stabile”.
Fonti di governo fanno sapere che, in caso di esito positivo, il modello potrebbe essere esteso anche ad altri casi simili, nell’ottica di una gestione più sostenibile delle situazioni politicamente persistenti.
“Non è un allontanamento,” precisano da Palazzo, “ma un diverso modo di restare senza stare”.
Intanto, si attende la risposta definitiva della famiglia, che avrebbe preso tempo chiedendo semplicemente:
“Ma poi torna?”

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Sondaggio tra i giovani: votato NO per difendere la Costituzione, senza averla mai letta e ignorando persino quanti articoli abbia.

Un recente sondaggio tra i giovani italiani ha rivelato un fenomeno incredibile: tutti hanno votato NO al referendum per difendere la Costituzione, con tanto di fierezza patriottica e selfie di applauso interno.
Peccato che, messi alle strette, nessuno l’abbia mai letta. Interrogati sul numero di articoli, le risposte hanno spaziato da “100? 200? Boh!” fino a chi ha suggerito con convinzione che forse bastano i riassunti di TikTok.
Gli esperti parlano di un vero cortocircuito civico: “Difendere la Costituzione senza conoscerla è un po’ come proteggere un castello che non sai dove sia”, ha commentato un costituzionalista sbalordito.
Nonostante tutto, i giovani si dichiarano soddisfatti della loro scelta: la Costituzione è salva! Leggerla? Facoltativo. Difenderla? Sacro dovere.

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Giudici e magistrati festeggiano il No, dimostrando agli italiani di essere “apolitici e imparziali”.

NAPOLI — In un gesto che ha fatto sobbalzare perfino il caffè della mattina, una cinquantina di giudici e magistrati hanno deciso di celebrare la vittoria del No al referendum sulla giustizia come se fosse il Natale, il Capodanno e il Carnevale messi insieme: con champagne, cori contro la premier — e un coro stonato di Bella ciao a tutto volume.
Gli avvocati rimasti fuori dalla saletta dell’ANM si sono chiesti se fosse un funerale mancato o una festa di laurea ritardata. Ma no: era solo un gruppo di togati travolti dall’allegria post‑referendaria. Il tutto mentre ricordavano con voce ferma a chiunque passasse davanti: “Siamo totalmente apolitici e imparziali, garantito!” (cit. brindisi ufficiale, non confermato da nessuno.
A Milano la scena non è stata da meno: spumante in mano, applausi fragorosi e qualche lacrima di gioia — probabilmente perché ricordare che “si dovrebbe restare neutrali” è difficile quando c’è da cantare un inno dal forte valore simbolico e molto legato all’anima di parte.
E mentre gli italiani sorseggiavano il loro caffè e guardavano le immagini di un coro magistrale più vicino a un raduno da fan club politico che a un gruppo di giudici che fanno il loro mestiere, qualcuno ha pronunciato la frase più poetica della serata:
“Ehi, ma noi siamo apolitici… è solo che Bella ciao era in scaletta del karaoke.”
Che sia stata colpa dell’effetto spumante, dell’indisciplina del cuore, o del fatto che la parola imparzialità è scritta su un pezzo di carta in un cassetto da qualche parte, resta un mistero. Quello che è certo è che la festa è andata avanti come se fosse stata organizzata dal miglior comitato elettorale della città — e nessuno è stato chiamato a rendere conto della propria neutralità, ovviamente.

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Nessuno sapeva a chi giovava il Sì e a chi il No. I giudici festeggiano e lo chiariscono.

Gli italiani, fino all’ultimo minuto, erano in bilico tra Sì e No. Non perché fossero indecisi o pigri, ma perché nessuno aveva la più pallida idea di cosa sarebbe cambiato davvero. Un referendum che prometteva di rivoluzionare… beh, qualcosa, ma nessuno sapeva cosa. Una nebbia di regolamenti, separazioni di carriere e cavilli costituzionali più fitta di un espresso napoletano.
E poi arriva il colpo di scena: i giudici stappano lo champagne. Brindano, esultano, ballano forse (nessuno ha controllato), e all’improvviso tutto diventa chiaro: il No, quel No apparentemente neutro e indecifrabile, era il vero regalo per loro.
La scena è surreale. Da una parte cittadini confusi, che si chiedono se avessero votato bene o male. Dall’altra, magistrati che sembrano dire: “Tranquilli, ci pensiamo noi a spiegare chi ha davvero vinto”. E mentre il popolo continua a interrogarsi sul significato del voto, i giudici lo chiariscono senza parole: basta guardare il brindisi.
Insomma, se qualcuno pensava che votare No fosse un gesto innocuo, la festa dei magistrati smonta ogni dubbio. Chi ha guadagnato davvero? Non la politica, non i cittadini, ma chi controlla le carriere, le sentenze e i corridoi del potere giudiziario.
E così, tra un calice e un applauso, il mistero del referendum si scioglie: gli italiani non sapevano le conseguenze, i giudici sì… e hanno brindato per renderlo evidente a tutti.

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Paesi con carriera separata guardano l’Italia e chiedono referendum: Anche noi vogliamo fare come ci pare.

Dopo il trionfo del No in Italia, che ha garantito ai giudici la libertà di continuare a fare i fatti propri senza intoppi, anche all’estero si è acceso un dibattito che ha dell’incredibile. Germania, Gran Bretagna, Francia e altri Paesi con la separazione delle carriere tra giudici e PM hanno iniziato a guardare all’Italia con ammirazione… e un pizzico di invidia.
Fonti riservate raccontano che nei palazzi della giustizia europea si sarebbero già tenute riunioni segrete per valutare la possibilità di indire referendum simili, copiando il modello italiano. L’obiettivo? Non certo migliorare il sistema, ma arrivare a quel livello di serenità operativa che permette di fare tutto con comodo, senza complicazioni burocratiche, e con la sicurezza di avere il pubblico – o almeno i media – dalla propria parte.
“Se l’Italia ce l’ha fatta, perché non dovremmo provarci anche noi?”, avrebbe dichiarato uno stimatissimo magistrato francese, sorseggiando un caffè lungo e osservando la pioggia parigina come se fosse un palcoscenico.
Secondo gli esperti di politica istituzionale, nei prossimi mesi potremmo assistere a una vera e propria gara europea di referendum: chi riesce a ottenere la separazione delle carriere in stile italiano per prima, potrà ufficialmente sedersi comodo, prendere decisioni a piacimento e, soprattutto, continuare a fare i propri affari senza alcun intoppo.
E così, mentre in Italia si festeggia ancora il No, l’Europa sembra pronta a lanciare la sua versione del “tutti liberi di fare come vogliamo”. Non più solo un sogno italico: una nuova tendenza europea è alle porte.

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Anche i giudici dei talent show brindano e festeggiano la vittoria del No cantando “Bella Ciao”.

Appena arrivato il risultato del referendum, i giudici dei talent show hanno fatto partire la base senza neanche controllare: “Bella Ciao” a volume massimo e brindisi sincronizzato come fosse una finale già scritta.
Secondo loro, la vittoria del No è stata interpretata come “decisione del pubblico sovrano”, cioè esattamente quella cosa che nei talent ignorano da anni con estrema serenità.
In pochi minuti si è ricreato il clima da puntata live: giudizi lunghissimi che non dicono nulla, applausi fuori tempo e soprattutto quella sicurezza tipica di chi sa che può continuare a fare i propri comodi senza nemmeno cambiare espressione.
“È importante restare coerenti”, avrebbe dichiarato uno di loro mentre brindava per la terza volta alla stessa decisione presa cinque minuti prima.
Nel frattempo, per non perdere l’abitudine, hanno iniziato a eliminare simbolicamente idee, proposte e perfino il concetto di cambiamento, rimandandolo alla prossima stagione, cioè mai.
Il momento più emozionante quando, durante il ritornello di “Bella Ciao”, si sono girati tutti insieme… ma non c’era nessuno da giudicare. Eppure hanno detto lo stesso: “Per me è sì”.
E così, tra un brindisi e una nota fuori contesto, i giudici hanno chiuso la serata soddisfatti: tutto è cambiato, quindi può restare esattamente com’era.

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Espone zeppole di San Giuseppe al forno vecchie di 20 anni, solo per assortimento, tanto tutti vogliono le fritte.

NAPOLI – Una scena surreale ha colpito i passanti nelle pasticcerie della città: tra vetrine colorate e profumi irresistibili, accanto alle zeppole di San Giuseppe fritte – vere regine indiscusse – fanno capolino zeppole al forno vecchie di 20 anni.Secondo i titolari, la loro presenza non ha alcuna funzione pratica: sono lì solo per assortimento, una specie di testimonianza storica, un ricordo del passato… e un avvertimento per chi osa dimenticare le fritte. I clienti, naturalmente, continuano a ignorarle, concentrandosi sulle versioni fritte, croccanti e dorate, lasciando le al forno a fare la comparsa come figuranti in un teatro di grottesca memoria.“Le zeppole al forno? Nessuno le vuole davvero”, confessa un pasticcere del centro storico. “Ma dobbiamo metterle in vetrina, altrimenti la tradizione ci sgrida. Tanto i clienti guardano e sorridono, poi comprano solo le fritte”.La scena ha già fatto il giro dei social, con i napoletani divisi tra incredulità e ilarità. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che alcune di quelle zeppole al forno possano avere più anni dei propri figli, ma nessuno si è azzardato a toccarle.Tra vecchie zeppole al forno e nuove fritte, la pasticceria napoletana si conferma teatro di una piccola follia quotidiana: un cortocircuito tra tradizione, assurdo e irresistibile irresistibilità delle fritte.

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